- per quanto riguarda il cammino di questi prodotti, è stato ritrovato del DDT (0,2 ppm) e del PCB* (10 ppm) nei tessuti adiposi degli animali delle regioni antartiche
- per quanto riguarda l’accumulo nei cosiddetti concentratori biologici e lungo tutte le catene trofiche, viene indicato che il lombrico può concentrare 14 volte il DDT del suolo e l’ostrica da 10 a 70.000 volte il DDT dell’acqua di mare
- per quanto riguarda l’uomo, ultimo anello della catena alimentare, il suo tasso di impregnazione è lungi dall’essere trascurabile: 2 ppm di DDT nei tessuti adiposi di un europeo medio e 13,5 ppm in quelli di un Americano medio.
Ai pericoli ecotossicologici si aggiungono i rischi di squilibrio, di “destabilizzazione” delle biocenosi, con la comparsa di nuove specie resistenti a questi prodotti e di nuove malattie più insidiose (virosi*, batteriosi, ecc.), il che non fa altro che aumentare i problemi già esistenti.
Una volta entrati nell’organismo, gli xenobiotici* vengono il più delle volte eliminati attraverso l’aria espirata, le feci e le urine. Nella maggioranza dei casi essi vengono metabolizzati, soprattutto dal fegato: tali trasformazioni portano il più delle volte a prodotti meno tossici, più idrosolubili e quindi più facilmente eliminabili; ma talvolta si possono anche formare metabolìti* intermedi molto più reattivi e tossici del prodotto iniziale (cf. Parathion, Paraoxon). Questi prodotti e/o i loro metabolìti possono anche essere immagazzinati e soggiornare per più o meno tempo, prima di essere abbandonati in alcuni organi o tessuti, ad esempio nel tessuto adiposo nel quale si concentrano facilmente i pesticidi organoclorati.
Molti insetticidi, siano essi organoclorati, organofosforati o carbamati, esercitano oltre alla loro azione tossica primaria, alcune modificazioni più o meno importanti dei processi metabolici cellulari, agendo su alcuni enzimi essenziali come le ossi-esterasi, le deidrogenasi, le carbossilasi, ecc.
Molti pesticidi sono induttori delle monoossigenasi microsomiche a funzione mista (M.F.O.) e di conseguenza queste molecole meritano particolare attenzione. Falk (1965) ha mostrato che le cellule epatiche sollecitate in continuazione per la produzione di enzimi per degradare i pesticidi, si iperplasizzano in modo irreversibile e sarebbe a partire da tale iperplasia che si formano i noduli, primo stadio dello sviluppo degli epatocarcinomi”.
Ed ecco quello che la stessa scienza diceva neanche quindici anni fa a proposito degli stessi pesticidi (G. Grégory, 1971): “Forzando i ricercatori a considerare l’impatto delle proprie scoperte sulla qualità della vita si potrebbero compromettere gli stessi progressi dell’umanità, considerando che contrariamente a quanto affermano svariati rapporti, i residui di questi prodotti non hanno ancora fatto male a nessuno in nessun modo”.
Commento: La scienza è in perenne progresso...
—Come fare allora per quanto riguarda il bilancio familiare: i prodotti biologici sono molto più cari dei prodotti ordinari, e non tutti siamo ricconi.
• Che cosa preferisce? Comprare un chilo di mele biologiche più care del 50% o un chilo di mele chimiche di cui dovrà consumare il doppio per trovare la stessa soddisfazione, e la cui tossicità le rovinerà subdolamente tutto il processo di assimilazione? L’esperienza ci ha mostrato che nell’ambito dell’istintonutrizione si spende in definitiva molto meno se si comprano prodotti di migliore qualità, coltivati senza concimi chimici ed esenti da qualsiasi denaturazione, anche se apparentemente costano più cari. Di solito si ragiona in termini di euro al chilo, mentre l’unico criterio che abbia veramente senso è il quoziente tra il prezzo e il valore che l’alimento ha realmente per la nostra salute..
—Questo è’ più difficile da quantificare.
• Quando l’organismo ha ritrovato il normale funzionamento, la qualità di un alimento coltivato correttamente si riconosce sia dal gusto che dagli effetti sulla digestione. Ma per sentire la differenza, bisogna privarsi degli alimenti trattati chimicamente per un periodo di tempo abbastanza lungo, questo perché l’assuefazione riesce a ottundere le sensazioni e ad inibire le normali reazioni dell’apparato di assimilazione, causando nel contempo danni in profondità. Sfortunatamente non c’è solo la chimica che altera i prodotti del commercio. Innumerevoli procedimenti di condizionamento e di conservazione fanno sì che ciò che guarnisce la tavola "naturale" non abbia più granché in comune con la natura, se non nell’apparenza... La frutta esotica viene immersa in bagni di fungicidi, la verdura viene irradiata, i pesci vengono surgelati sulle navi da pesca, la frutta secca viene sterilizzata, i datteri vengono trattati con la fumigazione, e cosi via denaturando...
—Che cosa le resta da mangiare allora?
• Ma il problema sussiste anche se si mangia cotto. I cereali, il latte e tutto ciò che propone l'agrochimica fanno accumulare con molta dolcezza nel suo organismo molecole residue di cui nessuno conosce i reali effetti a lungo termine.
—Forse si diventa più sensibili a queste sostanze tossiche praticando il suo metodo?
• Un organismo meno intossicato è più sensibile, nel senso che individua con più facilità l’intrusione di una sostanza tossica e la segnala tramite una qualsiasi intolleranza, un rigetto o un malessere. Ma questa sensibilità è sintomo di un migliore potenziale di difesa, e non bisogna assolutamente confonderla con una fragilità. Il non-fumatore è più sensibile al fumo di quanto lo sia il fumatore, ma non è lui quello che ha tutte le probabilità di avere un cancro ai polmoni...
—E' vero, si ha sempre la tendenza a ragionare all’inverso del buon senso. Comunque, un’alimentazione di questa qualità costerà sempre più cara del “cotto”.
• Se lei si accontenta di mangiare patate bollite tutti i giorni, se la caverà certamente con molto poco! Ma sconterà tutta la differenza in salute. Una tavola mediamente guarnita e adatta alla pratica dell’istintonutrizione non costa molto più cara di un’alimentazione classica di qualità accettabile, compresi gli extra. E in più lei beneficerà di un abbattimento del 100% sulle bollette del gas ed dell’elettricità! In realtà, se consideriamo la materia secca, si mangia meno che nel “cotto”: un motore ben mantenuto consuma meno carburante...
—Una cosa che mi va particolarmente a genio del suo sistema è che non c’è più bisogno di cucinare.
• La capisco: sento ancora mia madre lamentarsi di essere la schiava delle patate da pelare, delle padelle che si attaccano, del latte che trabocca, dei piatti da lavare, del menu da rinnovare ogni giorno... Certo, ci sono anche casalinghe cui piace cucinare; talvolta si sentono totalmente deprivate se viene tolta loro quest’attività che sembra essere diventata la loro unica ragione di vita. Molti cucinano per bisogno di dominio, altri per amore o per senso del dovere. E' facile proiettare i più bei sentimenti sulle nostri azioni: ad esempio, l’eroismo proiettato sull’assassinio, in tempi di guerra...
—Se seguo il suo pensiero, il lavoro della cuoca è un po’ l’arte di uccidere per amore o per senso del dovere...
• Sì, ma a fuoco lento, molto lento... E in ogni caso è tutto lavoro sprecato! Da quando abbiamo rivenduto la nostra cucina, le nostre batterie di pentole e tutto l’arsenale di utensili che ingombrava le nostre credenze, abbiamo guadagnato una stanza intera in casa. Mia moglie ha potuto consacrare il tempo ai figli piuttosto che ai fornelli, ha potuto assecondarmi in tutte le mie ricerche, senza contare che non ha mai avuto un solo malato da curare in famiglia...
—E’ una vera e propria liberazione della donna...
• E niente più pannolini maleodoranti da cambiare.
Non ci pensavo più, ma bisogna che ritorniamo ai nostri odori escremenziali: le stavo dicendo che l’odorato è l'unico senso che ci dia accesso al mondo molecolare, oltre che il senso del gusto...
—Immagino già dove vuole arrivare...
• In mancanza dei moderni mezzi di analisi gli antichi medici assaggiavano veramente l’urina dei diabetici al fine di rivelarne la presenza di zucchero. Per quanto mi riguarda, mi sono limitato al semplice rilevamento olfattivo. Non dà cifre precise, ma qualitativamente è molto più veloce e sensibile dei metodi classici di laboratorio. Sfortunatamente, alcune sostanze sono inodori, ma il fatto che non si senta niente non prova che non ci sia niente da rilevare; all’inverso, ogni volta che c’è un odore, si può essere sicuri di essere in presenza di una sostanza.
—Quindi, nelle feci nauseabonde ci sarebbero residui anormali provenienti dalla digestione degli alimenti denaturati?
• Il problema si complica a causa delle eventuali fermentazioni: anche i batteri* della flora intestinale possono emettere sostanze maleodoranti. Ma non è normale che la flora si squilibri a tal punto; è l’alimentazione che provoca la proliferazione dei ceppi di batteri indesiderati, tramite il sovraccarico digestivo oppure a causa della presenza di molecole anormali. Tanto è vero che possiamo affermare che un cattivo odore è sempre segno di un disordine alimentare. Per esserci odori veramente pestilenziali, devono esserci anche grandi disordini alimentari. Io lo vedo benissimo con i miei maiali: in caso di un semplice squilibrio, ad esempio quando ricevono troppa frutta e non abbastanza erbaggi, come accade talvolta in inverno, i loro escrementi prendono un odore leggermente acido, appena sgradevole, ma che non evoca assolutamente gli odori di fogna. Gli odori nauseabondi delle feci umane, invece, testimoniano in modo manifesto un enorme disordine molecolare generato dalla cottura o dal consumo di alimenti estranei, come il latte animale. C’è da riconoscere, infatti, che i maiali ingozzati con zuppa di patate, siero di latte o avanzi di ristorante, battono tutti i record su questo piano (gli allevatori della pianura padana ne sanno qualcosa!).
—Quindi, lei alleva maiali?
• E’ una delle carni migliori. Sembra che il facocero faccia parte dell’alimentazione dei primati da molto tempo. Tra i Polinesiani veniva considerato un animale sacro e veniva degustato nel corso delle feste rituali...
—E non ha paura delle tenie?
• La tenia è lunga, ma non pericolosa! Questa domanda mi viene posta spesso. In realtà, sono le trichìne* quelle che potrebbero mettere in pericolo la salute. Le nostre bestie vengono per legge controllate dai servizi sanitari. Sono ormai trent’anni che alleviamo maiali, migliaia gli animali sono stati controllati e non è stato mai ritrovato alcun parassita di nessuna specie. Anche le pulci scompaiono spontaneamente.
—E’ una bella certificazione! Ma che cosa ne pensa allora del divieto che c’è nell’Antico Testamento? Ho sempre creduto che fosse giustificato dal pericolo di parassiti.
• Mosè non conosceva l’istintonutrizione. Forse aveva osservato alcuni disordini tra le persone del suo popolo che consumavano il maiale, sicuramente perché davano alle loro bestie i resti di una tavola sempre più denaturata. E dal Diluvio in poi la cucina ebraica non poté che fare progressi... Il divieto biblico aveva sicuramente motivo di esistere. E’ da notare che in Francia una volta si raccomandava di dare il prosciutto crudo ai bambini piccoli. I maiali, però, vivevano in mezzo alla natura, venivano riservate loro delle foreste di querce (le ghiande sono il loro alimento preferito) dove era addirittura vietato raccogliere legno morto. Quegli animali non erano di certo vittime della cucina: ecco spiegate tutte le contraddizioni!
—Ma la carne cruda di maiale non ha forse un gusto di animale troppo spiccato?
• Negli allevamenti ordinari è obbligatorio castrare i verri, altrimenti la loro carne si impregna di un odore di maschio insopportabile. E’ come se le ghiandole incaricate di produrre gli odori sessuali perdano il controllo per effetto della valanga delle molecole denaturate e infestino con le loro secrezioni tutto l’interno del corpo dell’animale. Coi nostri metodi, quasi non si nota alcuna differenza tra la carne dei maschi e quella delle femmine.
—Allora gli uomini non avrebbero nessun odore corporale?
• Nessun odore sgradevole. E’ un vantaggio non indifferente in moltissime circostanze: ho sempre avuto orrore dei “ti amo” conditi di odore di sudore! A proposito, ho un amico che si è avvicinato moltissimo ad un gorilla selvatico: a quanto sembra, l’animale emanava un netto odore di mughetto.
—Questo causerà la rovina dei fabbricanti di profumi...
• Non so chi sia stato più sorpreso, se il mio amico per l’odore del gorilla o il gorilla per l’odore dell’uomo civilizzato. Le emanazioni del corpo di un essere civilizzato, in effetti, superano certamente di molto le norme previste per qualsiasi papilla olfattiva del mondo selvatico. Senza il parassitaggio molecolare, sembra che l’odore sessuale emesso dalle ascelle di un qualsiasi maschio umano sia molto simile all’odore di lavanda. Niente a che fare con gli odori di cipolla arrosto, di minestrone e di acido butirrico che si è abituati a sentire in queste parti del corpo...
—E questo sarebbe causato solo dal cibo?
• Con l’alimentazione originaria si può constatare la scomparsa progressiva di tutti gli odori corporali: il sudore, i capelli non lavati da più giorni, i piedi chiusi nelle scarpe, e così via... Penso che si possa stabilire un’equazione molto semplice: odore anormale = sostanza anormale.
—Il nostro naso, quindi, sarebbe incaricato di segnalarci le molecole che non hanno niente a che fare col nostro metabolismo?
• Non ero mai riuscito a capire perché questo strano organo che il Creatore ci ha piazzato in mezzo al viso milioni di anni fa dovesse essere turbato dagli odori del corpo al quale appartiene. E’ contrario alle leggi dell’evoluzione: in teoria qualsiasi causa di perdita di energia deve essere eliminata dalla selezione naturale.
Ma non è tutto: man mano che il corpo si libera delle tossine, si riconoscono meglio gli odori delle sostanze eliminate. All’inizio è un miscuglio di sostanze di tutti i tipi eliminate alla rinfusa. Poi le cose diventano più chiare.
—Vuole dire che a poco a poco riconoscerei gli odori di cucina che nel passato mi hanno fatto palpitare le narici?
• La prima volta che osservai questo fenomeno fu con mio figlio Christian. Aveva appena sei anni, un giorno mi chiamò dicendomi: “Papà, papà, ho dei lamponi nell’orecchio!” Pensai che stesse fantasticando. Poi dato che insisteva, andai a mettere il naso molto vicino al suo orecchio. Indubbiamente emanava un delizioso profumo di lampone. Tirai fuori allora con un cotton-fioc un piccola formazione di cerume che misi in una scatoletta di plastica a tenuta stagna. Così ogni volta che l’aprivo, potevo percepire un odore abbastanza concentrato da poterlo identificare: era senza possibilità di errore l’odore tipico della marmellata di lamponi. Sottomisi il mio campione a parecchi amici che stabilirono la stessa “diagnosi”.
Supposi dapprima che si trattasse di molecole eliminate dalle ghiandole del cerume in seguito ad un consumo eccessivo di frutta. Ma dato che il fenomeno non si ripeteva neanche con forti razioni di lamponi crudi, il mistero rimase irrisolto... Fino al giorno in cui mia moglie si ricordò che, proprio prima della nascita di Christian, aveva trascorso alcuni mesi presso sua nonna: costei l’aveva ingozzata di marmellata di lamponi, al punto tale che alla fine il solo odore del pane con la marmellata le provocava il vomito.
—Non penserà mica che sua moglie abbia accumulato le molecole portatrici di quell’odore e le abbia passate al feto?
• All’inizio questo mi sembrò inverosimile. Eppure l’odore di quel cerume ricordava con tanta precisione la marmellata di lamponi cotta con i semini, non la semplice gelatina, ma esattamente quella che mia moglie aveva mangiato...
—E che sarebbe fuoriuscita anni più tardi senza alcuna trasformazione, così pura da poterla riconoscere... La seguo con difficoltà.
• Quando il corpo elimina una sostanza, lo fa procedendo ad un lavoro biochimico che si rivolge ad una determinata classe di molecole. Non deve stupire più di tanto che si ritrovino riunite insieme delle molecole identiche il cui odore non sia mischiato a quelle di altre. Da queste stupefacenti constatazioni iniziali in poi, abbiamo avuto la possibilità di fare una ridda di osservazioni che convergevano tutte in quella direzione. Confrontando e riconfrontando tutte le esperienze, è diventato evidente: l’organismo elimina, attraverso tutti gli emuntori a disposizione, le materie che derivano direttamente o indirettamente dagli alimenti denaturati consumati talvolta anni prima. E se li elimina è proprio perché ne è saturo...
—Crede davvero che le molecole anormali riescano a passare attraverso la placenta e andare ad accumularsi nel corpo del feto?
• Possono passare anche per mezzo del latte materno. Non ha mai sentito dire che certe mamme hanno un latte cattivo? Alle nutrici veniva persino raccomandato di non mangiare aglio per evitare che i sapori parassiti andassero a distogliere il lattante dalla poppata. Quindi è evidente che intere molecole riescono ad attraversare le ghiandole mammarie.
Per quanto riguarda il passaggio transplacentare, le riferisco un piccolo esperimento, quanto di più scientifico, che conferma in pieno le mie ipotesi. Viene scaldata per due ore a 90°C una miscela di acqua, glucosio* e lisina*. E’ la ricetta di cucina più semplice che si possa immaginare: lo zucchero più comune insieme a una proteina* elementare (la lisina* è uno dei venti amminoacidi* che entrano nella composizione di tutte le proteine utilizzate dalla vita). Poi si unisce il decotto così ottenuto, in ragione di una parte su sei, al cibo delle ratte in gestazione. Risultato: due terzi degli embrioni finiscono col tirare le cuoia; il restante terzo si sviluppa male e presenta addirittura gravi anomalie (intestino fuoriuscito dall’ombelico). Può credermi, il passaggio transplacentare delle molecole di Maillard* non lascia più alcun dubbio!
—E’ preoccupante che una sostanza così semplice derivata dalla combinazione di due molecole possa essere nociva a tal punto...
• Attenzione: le molecole di glucosio e di lisina* non si combinano in un solo modo! Ogni combinazione si ricombina a sua volta con le altre molecole presenti nel miscuglio così che, a partire dalla cottura di due semplici molecole, si ottiene tutto un albero genealogico di sostanze le une più anomali delle altre...
—E quando si cuoce un alimento?
• E’ ancora peggio, dato che bisogna moltiplicare il tutto per tante volte quante sono le coppie di elementi di partenza, e questo darà luogo a combinazioni senza fine... E lei si stupisce che i nutrizionisti abbiano preferito non pensarci! Quando un problema è insolubile, lo si dimentica volentieri...
Tossicità dei prodotti della reazione di Maillard per l’embrione
estratto da "Toxicité des produits de la réaction de Maillard pour l'embryon"
in Cahiers de Nutrition et de Diététique, J. Lederer et A. Dushimimana, vol. 17, fasc. 1, marzo 1982, pp. 36-37
“Nel 1975 Adrian e Susbielle hanno mostrato che l’aggiunta di premelanoidine (molecole di Maillard*), ottenute tramite riscaldamento di glicina* (il più semplice degli amminoacidi*) e di glucosio*, è tossica per l’embrione.” E’ bastato aggiungere questo prodotto in ragione di una parte su sei all’alimentazione delle ratte in gestazione, per provocare una diminuzione media del 45% del numero dei cuccioli.
Altri ricercatori come Chelius e coll., Stegink e Pitkin hanno somministrato premelanoidine come complemento all'alimentazione di alcune donne in gestazione, e successivamente hanno riscontrato la presenza di quelle premelanoidine nel sangue dei loro feti.
Lederer e Dushimimana, autori di questo articolo, hanno proceduto facendo scaldare un composto di glucosio (il glucide* più comune) e di lisina* (uno degli otto amminoacidi* indispensabili) per due ore a 90°C. Alla fine circa il 50% dei due composti aveva reagito andando a formare molecole di Maillard. Aggiungendo il miscuglio così ottenuto al cibo delle ratte in gestazione, in ragione di una parte su sei, hanno ottenuto i seguenti risultati:
“1) il numero di embrioni per cucciolata fu ridotto da 9,80 a 3,75;
2) ci fu una diminuzione di peso degli embrioni e un aumento del peso delle placente.”
Questo fenomeno dimostra, secondo gli autori, che si trattava di un’intossicazione e non di un’insufficienza nutrizionale. E’ stato infatti mostrato (Kuhler e coll.) che un’insufficienza nutrizionale produce una diminuzione di peso sia degli embrioni che delle placente.
3) gli autori segnalano infine la presenza di un onfalocèle*, “gravissima malformazione che fin qui era stata osservata nel ratto solo col blu tripano (Gillman e coll.), o con una carenza grave di acido folico* (Nelson e coll.), o con dei salicilati* ad alte dosi e della streptonigrina (Warkany e Takacs).”
Dunque è indubbio che le molecole di Maillard oltrepassano la barriera intestinale e la barriera placentare, e che si comportano come vere e proprie sostanze tossiche.
Commento 1: Il feto sembra accostarsi alle gioie della gastronomia già dentro la pancia della mamma. Ma si tratta solo di ratti, quindi perché preoccuparci?...
Commento 2: La rivista di dietologia che ha pubblicato questi articoli ci ha vietato la riproduzione per il timore che li utilizzassimo “per appoggiare tesi troppo lontane dal pensiero degli autori”!
—Ora capisco perché l’adattamento genetico al “cotto” le sembra così impossibile...
• Per quanto mi riguarda, penso che sia meno rischioso riadattarsi al “crudo”.
—Finirà col convincermi. Ma a che pro cambiare alimentazione se abbiamo già inquinato l’organismo, ad esempio con 35 anni di alimentazione tradizionale?
• Perché se lo inquiniamo ancora per altri 35 anni, la quota massima verrà raggiunta prima del tempo.
—Secondo lei, la morte arriva quando l’organismo è saturo di molecole anormali?
• Maometto diceva così: “Ogni uomo arriva sulla terra con un tot di cibo che gli viene assegnato alla propria nascita, e muore non appena l’ha terminato”.
—E’ un altro modo per dire che ci si scava la fossa con i propri denti...
• All’inizio del XXI° secolo è meglio dire che ci si scava la fossa con la propria dentiera!
La parola del Profeta acquista un significato molto concreto se ci si immagina che una certa percentuale delle molecole presenti nel cibo denaturato si accumula nel corpo: la soglia critica verrà in effetti raggiunta non appena una determinata quantità di cibo, stabilita in anticipo in funzione della genetica di ciascuno, sarà stata ingerita. E si comprende meglio l’importanza della frugalità.
—Il modello non è forse un po’ semplicistico? Non siamo delle pattumiere che si riempiono progressivamente di rifiuti!
• Al di là di una certa concentrazione di molecole anormali il nostro DNA* non riesce più a telecomandare i processi biochimici dai quali dipende la nostra vita. Immagini di avere dei pesciolini rossi in un acquario e che un monello spiritoso ci versi dentro una manciata di segatura: essi riusciranno ancora a trovare il proprio cibo e a nuotare senza problemi. Supponga adesso che ci si versi ogni giorno un’altra manciata di segatura: arriverà un momento in cui i suoi poveri pesciolini non riusciranno più a distinguere le pulci d’acqua dalle pagliuzze della segatura, le loro branchie si riempiranno e non riusciranno più a spostarsi. E’ un po’ quello che succede, fatte le debite proporzioni, quando i nostri cromosomi* evolvono in un plasma intasatissimo di metabolìti* anormali.
—E quante materie anormali occorrono nel corpo per provocare la morte?
• Dato che la dose letale è diversa per ciascun tipo di molecola parassita e che le azioni di tutte queste molecole si combinano in mille maniere diverse, non si potranno mai dare cifre esatte. Ma a titolo indicativo posso citarle il caso di una delle proteine più tossiche che si conoscano: la tossina* secreta da un batterio* che si sviluppa nei barattoli di conserva (il clostridium botulinum*) e che provoca il cosiddetto botulismo. Bastano venti milionesimi di milligrammo di questa piccola meraviglia di meccanica molecolare per mettere KO un uomo in 48 ore.
—E’ mortale?
• Questo microbo ha la cortesia di non svilupparsi in presenza di ossigeno, ne consegue che gli alimenti originari ne sono naturalmente sprovvisti.
—E come si manifesta?
• Tramite disturbi di tutti i tipi che arrivano fino alla paralisi progressiva delle membra e dei centri respiratori.
—Lei fa di tutto per traumatizzarmi.
• Non è una brutta cosa sapere quali sorprese possano uscire da un semplice barattolo di latta. Di fatto, basta meno di una di queste molecole per ogni cellula del corpo perché la macchina vivente si fermi definitivamente. Si tratta di quantità che il più delle volte sfuggono agli attuali metodi di analisi.
—Non tutte le molecole denaturate sono così tossiche, spero...
• Fortunatamente no! Ma se si prende in considerazione la quantità totale di cibo che si ingerisce nell’arco di una vita, ci si può aspettare molti tipi di problemi, anche con tossine* che sono miliardi di volte meno efficaci. Quando lei sarà arrivato alla fine della sua aspettativa di vita, avrà fatto sfilare davanti ai suoi villi intestinali la bella cifra di 50 tonnellate di roba, al ritmo di due chilogrammi al giorno.
—Allora basta anche una proporzione bassissima di molecole anormali per provocare catastrofi.
• Supponendo che una molecola uccide a partire da una dose di 50 grammi, lei capirà che in teoria basta trovarne una frazione di milionesimo di grammo nel cibo di tutti i giorni. Ebbene, è molto difficile che una concentrazione così debole venga rilevata con le analisi. Penso che questo sia uno dei motivi per cui i nostri chimici non hanno mai preso coscienza del problema: si tratta di fenomeni che passano inosservati coi metodi di ricerca ordinari. Se si trattasse di ricercare molecole conosciute, si potrebbe ricorrere alla cromatografia gassosa per esempio, come per i pesticidi. Ma qui si tratta di rilevare la presenza di molecole che non si conoscono in anticipo e di cui neanche si sospetta la presenza.
—Quindi, quando io sgranocchio il mio bel tozzo di pane, ingerisco per la maggior parte molecole assimilabili, che sono quelle che poi permettono ai nutrizionisti di calcolarne il valore alimentare, ma insieme a queste anche una piccola percentuale di molecole denaturate, le quali possono diventare pericolose per accumulazione e sfuggono all’occhio dei più bravi analisti...
• Ma che non sfuggono al nostro naso, visto che le ritroviamo, anche svariati anni dopo, concentrate nelle feci, nelle urine, nel sudore o in essudati di qualsiasi natura.
—Ancora una cosa mi insospettisce: affermando che gli odori nauseabondi delle feci sono dovuti a molecole accumulate precedentemente nell’organismo, lei sottintende che la parete dell’intestino lavori all’inverso...
• In effetti, l’intestino non è solo un organo di assorbimento, ma anche un potente emuntorio che ha il compito di eliminare materie indesiderate. Con l’aiuto del seguente esperimento, si è riusciti a dimostrare che la parete intestinale fa passare materie dal sangue alle feci: hanno operato un cane in modo da formare un anello chiuso con un’ansa del suo intestino, e poi hanno raccordato le due estremità rimaste libere in modo che l’animale potesse effettuare normalmente il suo transito. Due giorni più tardi l’anello, vuoto alla fine dell’intervento, si trovava di nuovo pieno di materia...
—Crudele!
• Si stima che almeno il 50% delle materie fecali sia costituito da sostanze riemesse dalla parete intestinale. Questo viene insegnato al secondo anno di medicina. Non bisogna, quindi, stupirsi del fatto che i nostri organismi scelgano questa via per espellere le molecole di cui vogliono sbarazzarsi. Tanto più che la superficie attiva dell’intestino sfiora i 300 m²!
—E’ un’enorme porta di entrata.
• E di uscita! Capirà quindi quanto sia pericolosa la stipsi: frenando l’espulsione delle materie nocive, fa aumentare la loro concentrazione nel sangue, e rende necessaria la loro eliminazione in altri modi (secrezioni della pelle, muco dai polmoni o dai seni paranasali, ecc.)
—Ecco una questione che m’interessa: col suo sistema non ci sono più problemi di evacuazione?
• Le stipsi più ribelli vengono spazzate via nel giro di qualche giorno. L’istintonutrizione si incarica di risolvere questo problema con priorità assoluta perché se l’intestino non va, neanche tutto il resto va, né l’assimilazione, né l’eliminazione dei residui tossici.
—Quando l’intestino è OK, tutto è OK...
• Esiste un frutto che svolge un ruolo essenziale a questo proposito: la cassia, una sorta di grosso baccello che cresce su un albero appartenente alla famiglia delle leguminose e che si presenta sotto forma di bastone del diametro di un dito, come un sigaro lungo dai 30 ai 40 centimetri. All’interno si trovano piccole rondelline rivestite di una polpa nera, la quale più essere succhiata ad esempio al mattino, al posto della prima colazione... Quando si ha bisogno di cassia, essa prende un gusto di liquirizia o di cioccolato.
—Lei non fa colazione?
• Chi pratica l’istintonutrizione non ha mai fame di mattino...
—Eppure i dietologi raccomandano di fare un buon pasto all’inizio della mattinata per incominciare meglio la giornata. Se mi toglie anche il caffè e i cornetti... Non potrei almeno sostituirli con un frutto?
• Non appena il suo intestino sarà sgombro dai resti del cibo ordinario, lei non avrà più alcuna voglia di mangiare prima di pranzo.
—E l’apporto di glucosio*?
• A meno che lei non si faccia un’iniezione di insulina* appena sceso dal letto, anche senza la colazione lei avrà abbastanza carboidrati a disposizione nelle sue riserve per resistere fino a pranzo e anche oltre. Le materie che transitano nel suo intestino liberano glucosio durante tutto il loro passaggio. Anche quando arrivano nel colon, esse incontrano dei batteri che fabbricano enzimi capaci di digerire circa il 50% delle fibre vegetali (indigeste per i nostri enzimi). Dato che il transito dura dai due ai tre giorni, lei ha un buon margine. Senza dimenticare lo zucchero immagazzinato nel fegato e nei muscoli, e i grassi previsti per i periodi di carestia. Qualche anno fa hanno dimostrato che l’organismo è in grado di immagazzinare anche gli aminoacidi, contrariamente a tutto quello che veniva insegnato fino ad allora.
—Eppure tutte le mattine io ho un buco allo stomaco, che si amplifica se resto a digiuno.
• Il buco allo stomaco non ha niente a che fare con la fame: esso è semplicemente il segnale che i suoi organi interni sono vittime di sovraffaticamento. Alla fine della nottata essi hanno terminato il lavoro di eliminazione dei normali residui del metabolismo, quella che noi abbiamo chiamato detossicazione*. Ma ci sono ancora tante molecole anormali da eliminare, provenienti dall’alimentazione non originaria; questo lavoro di depurazione, che noi abbiamo chiamato detossinazione*, è molto più difficile da compiere, e questo ci viene segnalato da vari sintomi, in particolare a livello dello stomaco. Se lei manda giù i suoi cari cornetti, la sensazione di buco scompare e lei ne conclude che aveva fame e che ha fatto bene a mangiare. In realtà, lei non fa altro che bloccare il lavoro di depurazione in corso, obbligando i suoi organi ad intraprendere un lavoro di digestione.
—E’ vero, in effetti, che chi pratica il digiuno a scopo terapeutico non avverte più quella sensazione di fame, neanche dopo svariati giorni di digiuno.
• La sensazione di vuoto allo stomaco scompare perché si smette di intossicarsi. Non appena si arresta il bombardamento culinario, gli organi interni possono finalmente riprendere fiato. Questo è valido tanto per l’istintonutrizione quanto per il digiuno. Ma non si deve credere che l’assenza del buco allo stomaco significhi che non si deve mangiare. Nella nostra cultura culinaria questo malessere da intossicazione viene sistematicamente confuso con la sensazione della fame.
—Se ho ben capito, la cucina ci imprigiona in un circolo vizioso: essa causa un’intossicazione che provoca una falsa fame, la quale a sua volta ci spinge a mangiare ancora di più; mangiando di più, ci si intossica di più, e così via…
• Sì, sfortunatamente per la nostra salute e per la fame nel mondo, dato che così viene sprecato molto cibo!
—Quando si dice che la cottura ha permesso all’umanità di sopravvivere...
• …è piuttosto il contrario. La cucina ha reso gli uomini bulimici. Li ha portati a radere la vegetazione originaria per diffondere dappertutto i loro cereali. Gli escrementi che vengono restituiti alla terra sono farciti di materie denaturate che inquinano lentamente l’humus.
—Allora il problema della fame del terzo mondo?
• Se l’umanità si nutrisse rispettando le leggi originarie della nutrizione, il problema sarebbe più facile da risolvere. Quando si ama il frutto, si ama anche l’albero. Si pianta e ci si prende cura del proprio frutteto. Nel regno dei farinacei cotti il frutto è stato relegato al rango di stuzzichino; esso appare “inconsistente”, non riempie più la pancia, turba addirittura lo stomaco e scatena diarree, e questi non sono altro che sintomi della detossinazione. Ma dato che nessuno è a conoscenza dell’intossicazione culinaria, questi disturbi vengono scambiati per sintomi di malattia: il frutto diventa, quindi, fonte di inquietudine. Sono rimasto colpito, in Africa, nel vedere gli alberi da frutta che, da quando è comparsa la manioca, sono stati abbandonati dagli indigeni. I bambini neri sono talmente saturi di glucosio che non sopportano più di mangiare i bei manghi maturi: li preferiscono acerbi, li sbattono contro il tronco dell’albero per renderli più teneri e lasciano marcire per terra quelli maturi.
Se l’amore per il frutto riprendesse il suo posto nel mondo, si vedrebbero subito le distese rasate dalle nostre monocolture ripopolarsi di alberi da frutta di mille specie; la primavera sarebbe un giardino di fiori e di profumi, le api potrebbero farci montagne di miele...
—Sarebbe un vero giardino dell’Eden!
• Non per nulla, nell’inconscio collettivo, esiste questa fantasia!
—Ma la produzione non basterebbe mai a nutrire tutta l’umanità...
• E che ne sappiamo? Nessuno si è mai preoccupato di fare il calcolo, che non è semplice, dato che bisogna tenere conto di moltissimi parametri. A prima vista, però, credo che se ne uscirebbe vincitori. In particolar modo riguardo alle proteine, per le quali incombe la minaccia più seria di scarsità. Immense superfici potrebbero essere utilizzate per l’allevamento estensivo e gli animali potrebbero essere lasciati pascolare sotto gli alberi: galline, pecore, maiali, oche, conigli, persino animali di grossa taglia, proprio come nei vecchi frutteti. L’erba verrebbe automaticamente tosata, la frutta caduta non andrebbe sprecata, il letame si diffonderebbe senza sforzo e nutrirebbe la terra, le galline beccherebbero gli insetti che si sviluppano nel letame, e distruggerebbero le larve e i bruchi dei parassiti per farne uova sane e saporite! Non ci sarebbe più bisogno di mungere le mucche, basta lasciare i vitelli sotto la propria madre...
—Questo sconvolgerebbe le attuali strutture agro-economiche.
• Mi permetto di capovolgere la questione: dove ci stanno portando queste strutture? Non credo che siano davvero così “economiche” come si sostenga. Sul breve termine si calcolano rendimenti favolosi, ma i suoli vengono avvelenati a colpi di pericolosi concimi, insetticidi, funghicidi e erbicidi, vengono squilibrati con una vegetazione forzata, vengono denudati, e poi ci si mette pure l’erosione... Con la scusa della sopravvivenza, si distrugge l’humus che è la fonte insostituibile di qualsiasi vita vegetale e animale. E per ottenere cosa? Tante tonnellate di pane o di patate bollite al chilometro quadrato e per rovinare sempre di più la salute di folle di persone fuggite in città, disgustate da quell’industria forsennata che non si ha più il coraggio di chiamare terra. Un solo uomo sul proprio trattore manda avanti 200 ettari l’anno, mentre 20 teste pelate si annoiano negli stabilimenti che fabbricano quello stesso trattore, lo sdoganano, lo vendono, lo tassano, lo riparano o fanno la pubblicità per il modello successivo.
E poi ci lamentiamo della diserzione delle campagne; l’amore per il denaro ha rimpiazzato l’amore per la natura, l’odore della nafta fa dimenticare l’odore della terra, i rumori di scappamento coprono il canto degli uccelli, i gas deleteri riempiono i polmoni... Se almeno le tasche si riempissero di soldi! Ma anche sotto questo aspetto non va: la svalutazione, le imposte, i contributi, i prestiti fanno degli agricoltori gli schiavi dei banchieri e dell’Amministrazione. Non sarebbe più bello raccogliere frutta, al vento e al sole, restare distesi sull’erba, custodendo il proprio gregge?
Io ho visto verificarsi un cambiamento profondo in me stesso e in tutti coloro che hanno adottato l’alimentazione originaria: l’amore per il frutto resuscita l’amore per la vita e si sente rinascere il rispetto dei valori naturali. Abbattere un albero appare come una ferita, i bulldozer e le mietitrebbiatrici prendono le sembianze di bestie infernali. Se tutti gli uomini ritrovassero un po’ più di sensibilità, di premura nei confronti della natura, credo che non si riuscirebbe più a distruggere il pianeta come si sta facendo adesso.
—Crede davvero che un cambiamento di alimentazione basterebbe a capovolgere la situazione?
• L’amore passa dallo stomaco. E anche l’amore per la terra! Bisogna tapparsi gli occhi per non vedere che il sistema in vigore, con la sua fuga in avanti verso la crescita, non potrà far altro che portare a un botto finale che rischia di fare molto male; credo che non si potrà cambiare nulla di tutto questo, se non cambiando l’uomo alla base. E alla base dell’uomo c’è il cibo e il suo istinto.
—Prima mi è sembrato di sentirle dire che il letame umano inquina il suolo.
• E’ una delle spiacevoli conseguenze della cucina: le molecole denaturate che attraversano ogni giorno i tubi digerenti dei sei miliardi di “culinarivori” che stanno al mondo, senza contare gli animali domestici, si diffondono in seguito sui terreni agricoli e nei corsi d’acqua...
—Ma con gli impianti di depurazione oggi si recupera la maggior parte delle materie organiche...
• Certo, per trasformarle però in montagne di pattume sterilizzato, chiamato compost, che viene restituito alla terra sotto forma di concime organico. Non si può scappare: il cibo che noi mangiamo prima o poi deve obbligatoriamente ritornare alla terra. Finché denaturiamo il nostro cibo, denaturiamo anche la terra.
—Pensa veramente che le molecole denaturate dagli artifici culinari nuocciano all’humus? Forse la flora microbica del suolo è adattata meglio di noi alle molecole denaturate dal calore. Fin da sempre il sole ha dardeggiato il suolo con i suoi raggi...
• Il problema è sempre lo stesso: la maggior parte delle molecole somministrate all’humus tramite la concimazione si degrada perfettamente. Una piccola minoranza di molecole, però, sfugge agli enzimi disponibili nell’ambiente e si accumula lentamente nell’humus... Se calcolassimo quanti miliardi di uomini, in quasi diecimila anni, hanno inquinato ciascuno decine di tonnellate di materia organica durante la propria esistenza, si capirebbe che è stata modificata la composizione biochimica di tutto l’humus disponibile sul pianeta.
Ho l’impressione che sia proprio questo tipo di inquinamento progressivo iniziato molto prima dell’inquinamento industriale, il responsabile della lenta degradazione della salute delle piante, delle malattie crittogamiche*, delle parassitosi*, delle virosi*, che ogni anno si diffondono sempre di più. Ci sarebbero molte ricerche da fare in questo campo. Si è creduto di risolvere il problema denunciando l’inquinamento chimico…
—Ma se bisogna anche fare i conti con gli effetti dell'inquinamento “culinario” dei suoli...
• Al quale deve aggiungere anche gli effetti dell’inquinamento dell’atmosfera: forni, fornelli e focolari che restano accesi per molte ore al giorno, la coltivazione su terreni debbiati, la bruciatura della paglia, tutte queste tecniche, fin dall’inizio del neolitico*, hanno strappato al suolo i composti organici necessari al suo equilibrio per inviarli in aria sotto forma di ceneri e di catrame. Faccia il calcolo: se ogni uomo deve bruciare un chilo di combustibile al giorno per cuocere la propria pietanza, già solo nell’ultimo secolo sarebbero 1chilo x 100anni x 365giorni x 3.000.000.000 di individui (in media), cioè circa centomilamiliardi di chilogrammi di materie bruciate che hanno diffuso i loro fumi nell’atmosfera! E’ l’equivalente di un’eruzione vulcanica gigantesca, come non si è mai avuta a memoria di ominide... A cui da poco tempo a questa parte si aggiungono i fumi delle fabbriche e delle centrali elettriche, il riscaldamento a nafta, i gas dei veicoli, i derivati tossici delle raffinerie... E ci meravigliamo se il cielo diventa ogni anno sempre più grigio!
—Si direbbe, in effetti, che le giornate di cielo azzurro siano sempre più rare.
• Si racconta che una volta si potevano vedere le stelle in pieno giorno scendendo in fondo a un pozzo.
—Il problema dell’inquinamento termico dei suoli mi preoccupa: non c’è davvero nessuno che abbia mai segnalato questo pericolo?
• In tutta la bibliografia scientifica ho trovato solo una pubblicazione del 1947: un americano di nome Pottenger allevò 900 gatti per dieci anni, metà con carne cruda, metà con carne cotta, per osservare gli effetti della cottura sulla patologia* generale di questi animali.
—Quindi il problema della cucina era stato già formulato!
• Sì, ma è ricaduto subito nel dimenticatoio. Forse perché l’esperimento di Pottenger rimase puramente empirico. Non era stato pianificato a partire da una teoria, ma da una semplice coincidenza. All’inizio questo ricercatore usava i gatti per studiare gli effetti dell’ablazione delle ghiandole surrenali. Era l’epoca delle prime scoperte sul cortisone*. Ci lavorava ormai da qualche anno, quando bruscamente le bestiole incominciarono a sopportare molto meglio gli interventi chirurgici. Nulla permise di spiegare la diminuzione della mortalità post-operatoria se non il cambiamento di alimentazione: all’inizio gli animali ricevevano gli avanzi di carne della mensa del campus, quindi carne cotta; poi gli utenti della mensa aumentarono e ciò rese necessari i servigi del macellaio lì accanto, tanto che la carne venne data loro cruda... Fu così Pottenger e la sua équipe intrapresero un esperimento di grande portata destinato a mostrare le differenze tra cibo cotto e cibo crudo.
—Era proprio ciò di cui lei aveva bisogno!
• Sfortunatamente non pensarono neanche per un momento al postulato dell’adattamento genetico agli alimenti originari, e diedero alle loro “cavie”, come complemento, una certa quantità di latte vaccino che purtroppo non fece altro che complicare i risultati.
—Che cosa aspetta allora a ricominciare l’esperimento?
• Indovini! Le sovvenzioni necessarie. Ho già allevato più di un migliaio di topi, ho fatto le dissezioni, ho messo tutti i loro organi sotto vaso, con la speranza di trovare i fondi necessari per lo studio delle sezioni microscopiche, dato che questo costa veramente una fortuna. Finora non si è visto niente! Ma continuo a sperare.
—E i risultati di Pottenger?
• Spettacolari, se si crede alla sua testimonianza. Essi permisero per la prima volta di mettere in evidenza le conseguenze della denaturazione termica. I gatti che ricevevano la carne cotta presentavano praticamente tutti i sintomi delle patologie umane: rachitismo*, deformazione delle mascelle, traumatismi, infezioni, aborti, difficoltà di allattamento, aggressività, tubercolosi*, senilità precoce, crisi cardiache, ecc.
—In tal caso, perché non è stata allertata l’opinione pubblica?
• Era l’immediato dopoguerra. All’epoca ci si preoccupava molto di più di riempirsi la pancia, che non di giocare a fare i dietologi. Ancora nel 1960, quando cominciai la mia battaglia, ogni precetto riguardante il cibo era sentito come un’aggressione!
—Ma gli studiosi avevano la responsabilità di portare una cosa del genere alla luce del sole! O almeno di verificare i risultati: è una questione di responsabilità professionale, se non di crimine contro l’umanità...
• Gli studiosi non possono far altro che vendere l’informazione che si vuole comprare da loro. Io stesso ne ho fatte le spese: ho provato, ad esempio, a far passare in svariate riviste scientifiche un articolo sul cambiamento del tasso di eosinofili* che è possibile osservare con l’alimentazione originaria, argomento di importanza capitale in materia di cancro e di malattie autoimmuni*. Ma le mie osservazioni sono sembrate troppo sconcertanti perché si degnassero di pubblicarle... Credo che Pottenger abbia fatto il suo dovere: ha pubblicato un opuscolo che riporta in dettaglio l'esperimento nel suo complesso. Il torto è stato del mondo della ricerca che non ha preso la cosa sul serio: era sufficiente dimostrare se Pottenger si era sbagliato o se aveva visto giusto, e in quest’ultimo caso sviluppare l’argomento. Ma le sue constatazioni erano troppo ingombranti per molta gente.
—Troppo in anticipo per i suoi tempi! Le auguro più fortuna...
• Grazie, ne ho bisogno! Comunque, le ho parlato di questi gatti perché permisero all’équipe di Pottenger di fare per caso una constatazione che cade a fagiolo con il nostro argomento dei terreni: una volta che tutto era terminato, i cortili dove erano cresciute le bestiole vennero convertiti in terreno per orticoltura al fine di approvvigionare la mensa. Ma ci fu qualche reclamo: laddove la terra aveva ricevuto come letame lo sterco dei gatti che mangiavano cotto, i piselli presentavano un retrogusto di sterco di gatto, mentre negli altri stabbi i piselli erano perfettamente normali. Questo si spiega solo supponendo che alcune molecole denaturate della carne cotta erano passate negli escrementi di tali animali senza essere state degradate...
—Quindi, a forza di inquinare la terra si rischia un effetto boomerang: saranno le piante ad avvelenarci, anche se decidiamo di mangiarle crude?
• Rischiamo addirittura effetti da ultimo anello della catena, come nel caso dell’inquinamento chimico: conoscerà senz’altro il problema del mercurio che, più si sale gli scalini della piramide alimentare, più si concentra, dal plancton fino ai grandi pesci, per finire in bellezza nell’organismo umano. Chi non si ricorda di quegli sfortunati pescatori giapponesi che l’hanno pagata con la loro vita: il dramma di Minamata avrebbe dovuto servirci da lezione. Ciò che è vero per il mercurio può verificarsi per qualsiasi altra molecola non degradabile introdotta nei cicli metabolici del sistema ecologico. Disgraziatamente, la moda che regna attualmente nella ricerca impedisce di parlare di ciò che non è stato dimostrato con l’analisi. Ebbene, le ricerche analitiche sono carissime, e verranno sovvenzionate solo quando si avranno abbastanza danni. Ma dato che l’intossicazione dei suoli rischia di essere veramente irreversibile, il problema verrà preso in considerazione solo quando sarà troppo tardi...
—Lei non è per niente allegro stasera!
• Non se la prenda, è che la sola idea che i piselli potrebbero non ritrovare mai più il loro sapore originario... E’ uno dei miei “manicaretti” preferiti.
—E’ un ortaggio particolarmente facile da mangiare crudo.
• Col tempo, tutta la verdura finisce col diventare quasi tanto buona quanto la frutta, a condizione di scegliere veramente con l’istinto e di disporre di prodotti coltivati adeguatamente.
—Questo è difficile da credere: per me è tutto o troppo scipito o troppo forte, la lattuga, il finocchio, il cavolo, il porro, l’indivia belga... Non vorrà mica farmi credere che l’indivia belga cruda possa prendere un sapore qualsiasi! Non ho mai mangiato niente di più insipido...
• Si ricreda! Può odorare come un fiore e diventare tanto saporita quanto un frutto! Ma ci vuole talvolta molto tempo per arrivare a questo, soprattutto se in passato lei ha mangiato molta indivia belga cotta o in insalata (o anche altri ortaggi della stessa specie o dello stesso genere come la cicoria catalogna, l’indivia scaròla, l’indivia riccia, il radicchio…).
—Ho sempre adorato le indivie belghe brasate, avvolte in una sottile fetta di pancetta.
• Lei mi fa venire in mente brutti ricordi. Mia madre aveva l’abitudine di preparare indivie belghe in tutti i modi possibili: bollite, al forno, gratinate, in insalata. Io avevo orrore di tutto ciò, ma mi ripetevano in continuazione che era un alimento ricchissimo di sali minerali e che faceva benissimo per la memoria, tutto quanto fosse necessario per farmele mandar giù. Io, però, anche in insalata, le trovavo di un’amarezza insostenibile. All’inizio della mia istintonutrizione rimasi molto tempo senza poterle neanche toccare. Dopo qualche mese l’amarezza era scomparsa, ma mi sembravano ancora insipide e credevo addirittura che quello fosse il gusto normale di questo ortaggio.
Poi, un bel giorno, a cena, al momento di annusare i diversi ortaggi presenti in tavola, passai l’indivia belga sotto il naso e mi sembrò talmente profumata che sospettai che i miei ragazzi mi avessero giocato uno scherzo: forse ci avevano versato qualche goccia di profumo? Per accertarmene, andai a prenderne un’altra in cantina; aveva un odore altrettanto buono, e il suo gusto confermò il verdetto del mio odorato: era prelibata e dolce come una caramella di zucchero d’orzo...
Ho osservato che le persone che hanno mangiato molti ortaggi cotti rimangono sistematicamente refrattari per lungo tempo al consumo degli ortaggi crudi. A quanto pare l’organismo è ingombro di molecole denaturate che bloccano i circuiti corrispondenti e l’istinto fa respingere l’ortaggio crudo come se si trovasse di fronte ad un sovraccarico.
—Che la verdura diventi mangiabile potrei anche ammetterlo, ma che possa diventare deliziosa come la frutta faccio fatica a crederlo!
• Una delle delizie dei gorilla è il sedano selvatico: se la frutta sembrasse loro più buona, perché andrebbero a stancarsi le mascelle masticando la verdura? L’istinto regola il bilanciamento tra la frutta e la verdura, facendo preferire talvolta la frutta, talvolta la verdura, in funzione dell’equilibrio acido-basico dell’organismo e dei suoi bisogni in generale. Se per effetto delle preparazioni culinarie lei ha mangiato troppa verdura e non abbastanza frutta, sentirà automaticamente più attrazione per la seconda che non per la prima.
C’è, tuttavia, un’ulteriore causa per questa dissimmetria: per secoli gli ortaggi sono stati selezionati per essere mangiati cotti, mentre la frutta è stata selezionata per essere mangiata cruda. Quindi la frutta è stata scelta generalmente più dolce del normale, mentre gli ortaggi sono stati scelti più forti del normale affinché conservino un minimo di sapore anche dopo la cottura. Di conseguenza, se si mangia tutto crudo si ha la tendenza a mangiare troppa frutta e non abbastanza verdura, e questo può comportare incresciosi squilibri.
In realtà, bisogna riaggiustare la scala dei sapori per tutti i prodotti selezionati, dato che ognuna delle nostre cultivar si è allontanata dalla corrispondente pianta selvatica ad un grado diverso. Questa è una delle cose che, nei primi tempi, necessitano di più lavoro di rieducazione.
—In fin dei conti, l’istintonutrizione è molto semplice nella teoria, ma non è poi così facile da mettere in pratica...
• Agli animali questo non pone alcun problema, essi non hanno bisogno di seguire alcun corso per applicarla. Tutti questi riaggiustamenti si compiono automaticamente. Gli uomini, però, sono talmente complicati che non se la cavano senza un adeguato periodo di decondizionamento e di rieducazione dell’istinto.
—Quanto tempo bisogna mettere in conto per questa rieducazione?
• Con un buon inquadramento tre settimane bastano a garantire un buon avvio. Credo che sia il minimo. Rispetto a trent’anni di condizionamento, corrisponde ad appena 2‰ della durata dell’intossicazione.
—E se si comincia da soli come ha fatto lei?
• Noi abbiamo perduto anni ed anni a brancolare nel buio, prima di scoprire quella che può essere chiamata “condizione originaria”, cioè l’equilibrio normale delle funzioni... Una volta trovato questo punto di equilibrio, è tutto molto più facile: si capisce che cosa si perde ogni volta che si commette un errore, si verifica una specie di auto-educazione.
—Lei dà corsi di formazione?
• Sì. Un tempo speravo che una sola giornata di teoria bastasse per garantire la riuscita, ma i ripetuti fallimenti mi hanno indotto a raccomandare un periodo di formazione che comprende tre giorni di corso seguiti da una o due settimane di pratica con pasti guidati e seminari giornalieri per rispondere alle domande che non mancano mai di sorgere.
—Quindi bisogna prendere in considerazione un apprendimento molto serio! A prima vista sembra così naturale, mangiare tutto crudo e obbedire al piacere...
• Lei mi fa venire in mente una storia che viene raccontata ai piccoli allievi di conservatorio: un ragazzino era seduto in sala di audizione mentre suo fratello maggiore, già bravissimo violinista, eseguiva un concerto in sala. Un signore, desideroso di incoraggiare il bambino allo studio della musica, si chinò verso di lui e gli chiese: “E tu suoni bene come tuo fratello?”. Al che il piccolo rispose senza batter ciglio: “Bóh! Non ci ho mai provato...!”. Anche se io le mostrassi come si suona una scala su un violoncello, come bisogna tenere l’archetto e mettere le dita, lei non riuscirebbe a fare nient’altro che terribili stridii. Con l’istintonutrizione è un po’ la stessa cosa: i principi vengono afferrati subito perché sono molto semplici e logici. Ma nella pratica lei si accorgerà che le cose più elementari sono molto più complesse di quanto si possa immaginare.
—Ma, insomma, che cosa può succedere se non si fanno le cose come si dovrebbe?
• Soprattutto si perde del tempo. In caso di grave malattia questo può risultare fatale, si corre il rischio di superare il “punto di non-ritorno”, e si perde anche denaro: il più delle volte si scivola nella bulimia senza accorgersene e si superano costantemente i propri bisogni... e il proprio budget, senza ottenere validi risultati.
—E se io invece sono in buona salute?
• In questo caso corre meno rischi, ma in ogni caso non potrà durare a lungo, perché non troverà un livello di piacere sufficiente in ciò che mangia. E alla fine, il caffè, i cornetti, i giapponesini, lo stufato, le lasagne...
—Io amo le lasagne...
• Vede che ho buona memoria, anche quando si tratta di cucina! Insomma, tutti i manicaretti di un tempo si metteranno a danzare davanti ai suoi occhi e finiranno con lo spazzare via tutti i suoi migliori propositi... E’ un po’ come se lei volesse partire a cavallo senza aver trovato prima l’equilibrio sulla sella. Provi a tenersi di traverso sul cavallo a qualche grado dalla verticale; non percorrerà neanche un chilometro che le sue reni cederanno, e lei si ritroverà all’improvviso alla verticale, ma sotto il cavallo!
Ma c'è ancora dell’altro: non appena lei darà al suo organismo condizioni di funzionamento un po’ più normali, esso si riprenderà le redini e, se non lo trattiene, ripartirà al galoppo verso reazioni di detossinazione* di ogni sorta.
—Ma è proprio quello che ci si aspetta da un’alimentazione naturale.
• Lei ha ragione: non c'è mezzo migliore per ristabilire una vera e propria salute se non quello di evacuare le materie anormali che ingombrano il terreno. Tutto il resto sono solo terapie sintomatiche. Tuttavia, è meglio mantenere il controllo della propia alimentazione e conoscere le regole che permettono di evitare che il lavoro di detossinazione sfugga di mano. E’ molto più complesso di una semplice obbedienza all’odorato e al gusto. Bisogna saper essere all’ascolto di tutto il proprio corpo, rispettare le sensazioni di disgusto, di replezione; e tutto ciò non si impara certo in un giorno solo.
—Quindi coloro che praticano il crudismo di vecchio tipo sono nelle stesse condizioni di coloro che praticano l’istintonutrizione in modo scorretto?
• Entrambi attraversano delle crisi di detossinazione di ogni tipo che possono avere conseguenze anche nefaste. Lei avrebbe lo stesso problema se pulisse il suo appartamento con troppa fretta: rischierebbe di rigare il pavimento, infrangere le stoviglie, far scoppiare il sacco della spazzatura sovraccaricandolo di rifiuti, ecc. Quando il corpo si pulisce, le tossine depositate nei grassi e nelle cellule devono passare per forza nel sangue per essere eliminate dagli emuntori: reni, fegato, intestino, pelle, polmoni, ecc. Se le cose vanno troppo velocemente, si rischia di provocare danni, di far comparire sintomi sgradevoli, se non addirittura di aggravare la malattia che si spera di guarire.
L’istintonutrizione è un po’ la “Formula 1” della detossinazione. Non credo di esagerare quando sostengo che non c’è un metodo più efficace per ristabilire una vera salute. Ma è meglio imparare a guidare prima di incominciare la corsa.
—Perché ha detto: “vera salute”?
• Quando un corpo è ridotto talmente male da non riuscire più a reagire, è ovvio che non si osserva alcun sintomo di detossinazione. E dato che si ignora che certi sintomi sono l’espressione di un lavoro utile, ci si crede in buona salute, mentre invece l’assenza di questi sintomi dovrebbe farci preoccupare.
Bisogna dire, comunque, che con un’istintonutrizione ben praticata i sintomi di detossinazione praticamente non si manifestano. Ma se lei, nel momento in cui una di queste reazioni si è avviata, squilibra la sua alimentazione apportando molecole anormali provenienti da alimenti non originari, rischia di farle perdere il controllo a tal punto che questa reazione prenderà l’aspetto di una malattia più o meno conclamata, e a quel punto potrà essere troppo tardi per ristabilire la forma asintomatica.
—Pensa forse alle malattie virali di cui parlavamo questo pomeriggio?
• Sì, per esempio. E’ per questo che io consiglio o di praticare l’istintonutrizione correttamente al 100% (anche per periodi limitati nel tempo come tre giorni, tre mesi, tre anni...), oppure di attenersi all’alimentazione tradizionale, rispettando però una certa frugalità e correggendo prudentemente alcuni fattori. Per esempio, eliminando il latte, il grano, i loro derivati, ed evitando le combinazioni tra alimenti animali e vegetali.
—La perdita del controllo di una reazione può diventare davvero così pericolosa?
• E’ possibile riconoscere il decorso classico di disturbi come febbre, stanchezza, sudorazione, catarro, eruzioni, dolori, lesioni... Se lei è ben equilibrato, la malattia praticamente non si nota, avrà uno sviluppo silenzioso, senza dolori e senza lasciare alcuna lesione. Tutt’al più si vedrà emergere qualche sintomo, che però tenderà subito a regredire e a scomparire. In questo modo la detossinazione ha la posiibilità di effettuarsi nelle condizioni migliori e nel modo più completo possibile.
—Lei ha parlato di dolore: si è veramente meno sensibili al dolore?
• Il dolore infiammatorio scompare totalmente non appena ci si equilibra in modo corretto.
—Non vorrà mica farmi credere che se si rompesse una tibia non sentirebbe niente?
• Il dolore immediato sussiste: è necessario che qualcosa mi indichi che in quel momento il mio organismo non è in una buona situazione. Io parlo invece del dolore infiammatorio, quello che aumenta poco a poco dopo l’incidente, ma che, in realtà, non serve a niente.
—Mi sembra normale che un’infiammazione sia accompagnata da un certo dolore...
• Certo… Con l’alimentazione tradizionale è perfettamente normale.
—Quindi lei non sentirebbe dolore, non avrebbe congestione dei tessuti, non sentirebbe il sangue pulsare nella parte lesa?
• No, assolutamente! Potrà verificarlo lei stesso: già dopo pochi giorni di istintonutrizione, se lei si rompe una gamba, non avrà alcuna complicazione infiammatoria.
—Preferisco non provare...
• Per osservare questo fenomeno, però, bisogna che lei abbia motivo di aver male da qualche parte.
—Se è per questo, io ho molto spesso l’emicrania nel momento di andare a letto.
• Che fortuna! Lei potrà costatarne la scomparsa in breve tempo.
—Devo ammettere che stasera ancora non sento niente. Ma la medicina come fa a spiegare che un cambiamento di alimentazione riesca a far scomparire il dolore?
• Ma infatti non lo spiega, poiché non ha mai osservato questo fenomeno!
—E come spiega allora che l’infiammazione sia accompagnata dal dolore?
• Non spiega neanche questo: dichiara solamente che è normale. E se ci sono delle differenze da un individuo all’altro, dichiara che è psicologico. In genere, questo è quello che si fa nel mondo medico quando non si può spiegare un disturbo, esso viene addossato alla psiche. E dato che nessuno lo può verificare, si è sicuri di non sbagliare!
—Lei non negherà mica l’influenza della psiche?
• Assolutamente no. Penso però che l’impossibilità di attribuire la maggior parte dei disturbi alla causa alimentare ha fatto sì che molte malattie siano state dichiarate psicosomatiche, senza sapere come stanno veramente le cose. In realtà, molte cause vanno a sommarsi. Sarebbe insensato negare la causa psicologica. Ma è ancora più insensato negare la causa alimentare. Non si può costruire una casa solida con travi tarlate. E i materiali da costruzione di cui sono fatti i nostri organismi sono le molecole che entrano dalle nostre bocche.
—Si dice che ciò che rende l’uomo impuro non sia tanto quello che entra, quanto quello che esce dalla sua bocca...
• Non confondiamo la sfera spirituale con quella temporale! E' indubbio che le parole cariche di odio avvelenano le nostre menti più di quanto facciano i cioccolatini; ma sfortunatamente la saggezza dello spirito non è una garanzia sufficiente per la salute per il corpo. In nessun testo sacro ritroviamo insegnamenti veramente validi per quanto concerne l’alimentazione.
—Ma in ogni religione c’è un certo numero di precetti di igiene alimentare: la quaresima per i cristiani, il ramadan per i mussulmani...
• Peccato che col tempo le cose siano un po’ degenerate! All’origine la quaresima era un periodo di digiuno di 46 giorni, dal mercoledì delle Ceneri fino a Pasqua. Dato che era un po’ troppo lungo, si cominciò con l’abbreviarlo ad un giorno solo, il Venerdì Santo; come compensazione, la carne fu vietata tutti i venerdì dell’anno; non restava che sostituirla col pesce, ed ecco fatto, ci si poteva abbuffare in tutta libertà. Il ramadan è un po’ diverso: il cibo è vietato solo dall’alba al tramonto. Sembra che i mussulmani non abbiano mai avuto problemi a rifarsi durante la notte, nel corso di allegre e rumorose festicciole.
E’ possibile che all’inizio questi periodi di digiuno consistessero nel mangiare tutto crudo, come se fosse una piccola parentesi in memoria dell’alimentazione delle origini. Lei avrà probabilmente sentito parlare dei Falacha, un'etnia che vive ai confini del Sudan fin dal primo secolo d.C. in completo isolamento, e che ha conservato tutte le consuetudini del passato: durante la guerra, nonostante soffrissero di una crudele carestia, questi uomini rifiutavano i viveri che venivano loro inviati tramite il ponte aereo, perché durante il loro periodo di digiuno rituale era vietato qualsiasi alimento cotto.
—Che cosa avrebbe fatto lei al loro posto? Non è meglio mangiare cotto piuttosto che lasciarsi morire di fame?
• Sapendo che la cottura rende bulimici, avrei esitato...
Ho condotto un esperimento su questo problema all’epoca in cui avevo una bella collezione di arvicole selvatiche: alcune di esse le ho fatte ingrassare per bene con gli alimenti cotti, mentre altre hanno ricevuto del cibo crudo. In seguito le ho fatte digiunare tutte. Non si può certo dire che le prime abbiano resistito alla fame meglio delle seconde! Anzi: con la ripresa alimentare si sono verificati dei decessi tra le arvicole grasse “cotte”, ma neanche uno tra le arvicole magre “crude”. I grassi che si accumulano quando si consumano alimenti denaturati contengono tossine che fanno perdere loro tutti i vantaggi che potrebbero avere in caso di carestia...
—Quindi, non serve a nulla essere grassottello.
• Nessun vantaggio, a parte quello di stare più comodi…
—Che cosa ne pensa di coloro che dichiarano di poter mangiare qualsiasi cosa senza che questo rechi pregiudizio al loro corpo, a condizione che il proprio spirito sia sufficientemente evoluto?
• Credo che questa sia una convinzione molto pericolosa.
Râmakrisna, per esempio, che a quanto pare fu una delle figure più importanti della spiritualità, era famoso per la sua adorazione delle focacce di riso cotte nel burro. Oggi si sa che questo genere di fritture è altamente cancerogeno*. Questo grande saggio fu colpito da un cancro alla laringe, localizzato proprio lungo il passaggio delle sue adorate focaccine. Egli dapprima si rivoltò contro l’ingiustizia della sorte, ma poi si rassegnò all’idea della morte e sopportò coraggiosamente terribili sofferenze…
—La sofferenza può essere favorevole per l’evoluzione spirituale...
• Davvero?Allora in questo caso avveleniamoci, droghiamoci, istituiamo pure la tortura, e avremo il nostro posto in paradiso molto più velocemente! No, io penso che la prima reazione di Râmakrisna fosse perfettamente giustificata; aveva ragione a rivoltarsi, dato che si trattava di un errore che accorciava prematuramente la sua carriera (o la sua missione terrestre, se preferisce). Era un semplice errore alimentare che, a quanto pare, il canale della Rivelazione non gli aveva rivelato...
—C’è da perdere la fede considerando tutto quello che la spiritualità e la religione possono spingere a fare...
• Credo che siamo vittime della confusione se ci aspettiamo che l’illuminazione spirituale ci apporti tutte le risposte nel campo della materia. Per risolvere il problema alimentare basta fare uso della nostra intelligenza. Non sta al Creatore scendere dalle sue nuvole e venire ad occuparsi del nostro arrosto!
—Ma non sosteneva forse che è stata proprio l’intelligenza a farci cadere nell’errore culinario?
• Certo. Ma solo l’intelligenza può permetterci di riparare agli errori dell’intelligenza. Aspettare devotamente che la soluzione ci piova dall’alto, senza compiere lo sforzo di rimettere in discussione le nostre piccole abitudini gastrointestinali, mi sembra derivare più da una pigrizia intellettuale che non dalla fede.
—Lei si fida più della scienza che non della religione?
• Sì, se si tratta di fenomeni materiali. Pensi a tutti gli errori che hanno contrassegnato la storia del cattolicesimo, per esempio al caso di Galileo. Troppo spesso vengono confusi questi due ordini di fenomeni: la materia e lo spirito.
—Ma la corrente di opinione attuale non cerca forse di ristabilire proprio l’unità tra corpo e spirito?
• Sarebbe stato meglio non aver mai diviso ciò che era stato sempre un tutt’uno. Adesso noi applichiamo alle cose dello spirito i criteri analitici destinati alla materia e cerchiamo di risolvere i problemi della nostra biologia agendo come agiremmo con lo spirituale... Aspettarsi che un’illuminazione venga a indicarci la dieta che può garantirci la salute, vuol dire continuare a dividere il corpo dallo spirito.
L'unità interiore consiste nel prendere un certo distacco e poi nel rimettersi in discussione; ritroviamo questo atteggiamento in tutte le grandi filosofie: il “Chi sono?” di Socrate, il “Non giudicate” di S.Paolo, la “via di mezzo” del Buddha... Penso che rimettendosi in discussione in modo veramente totale, non ci si può permettere di occultare il problema della cucina. Non capisco come in nome dello spirito ci si possa arrogare il diritto di seminare il disordine nelle cose del corpo.
—Si potrebbe sostenere che lo spirito è più forte di questo disordine.
• Si potrebbe sostenere anche che uno spirito sufficientemente forte non avrebbe alcuna difficoltà a rinunciare alla golosità...
—Lei crede ai miracoli di Lourdes?
• Io penso che aggiungendo una corretta alimentazione all’acqua santa e alle preghiere ci sarebbero molti più miracoli! Più volte mi è stato detto, da parte di persone molto “impregnate” di spiritualità, che il cibo è senza importanza. Ho notato, però, che quando si chiede a queste persone di abbandonare le loro ricette di cucina preferite, il cibo acquista improvvisamente molta importanza...
—Ciò non toglie che Cristo abbia comandato ai suoi discepoli di fare la comunione con pane e vino.
• Se venissero rispettate le dosi che Cristo ha prescritto e non si rischierebbe né l’obesità né il delirium tremens*... Scherzi a parte, io penso che Gesù al momento dell’Ultima Cena avesse preoccupazioni ben più urgenti di un problema di dietetica! Sicuramente deve aver preso gli alimenti che aveva sotto mano per farne i simboli, o i veicoli, di un cibo di ordine spirituale...
—Ho letto molto tempo fa un piccolo opuscolo intitolato “Il Vangelo della pace secondo S.Giovanni”. Sembra che Cristo abbia dato consigli molto simili ai suoi...
• Non si può rifare la natura due volte... Qualsiasi insegnamento di vita converge sempre verso gli stessi grandi principi.
—Lei non si è forse ispirato a quel vangelo?
• Me lo hanno regalato molto tempo dopo l’inizio dell’istintonutrizione. All’inizio mi aveva entusiasmato, dato che in effetti si ritrovano sulla bocca di Cristo i grandi principi che erano scaturiti dalla nostra esperienza: astensione da qualsiasi cottura, da qualsiasi mescolamento e da qualsiasi condimento. L’unico punto in cui c’è divergenza è il problema del vegetarismo. Questo testo condanna formalmente la carne, raccomandando però l’uso periodico del latte animale. I fatti che avevo potuto osservare nel complesso dei miei esperimenti, invece, mi avevano convinto della nocività del latte e dell’utilità delle carni animali. Non sapendo se mettere in dubbio le mie osservazioni o quel vangelo, e dato che non mi fidavo della traduzione che era stata realizzata da eminenti vegetariani (non si sa mai, le ideologie potrebbero influenzare l’interpretazione di un testo), feci intraprendere la ricerca dei manoscritti originari ai quali l’opera si riferiva. Si trattava di due testi antichi la cui concordanza avrebbe dovuto, a quanto sembra, garantirne l’autenticità: uno in aramaico conservato nella biblioteca del Vaticano, e l’altro in slavo antico nella biblioteca reale degli Asburgo a Vienna. Ebbene, non esisteva nessuno di questi due documenti, in nessuno dei due posti che erano indicati.
—Sorprendente. Come si spiega allora l’origine di questo testo?
• Sono perplesso. Forse il sedicente traduttore ha ricevuto una sorta di rivelazione o di grande intuizione, vera per la maggior parte, ma distorta per quanto riguarda il vegetarismo a causa delle proprie ossessioni personali?
—Se non sono indiscreto, lei è credente?
• Che cosa vuol dire per lei “credere”? Se la religione fosse veramente in grado di realizzare il contatto col la divinità, non vedo perché si dovrebbe aver bisogno di credere… Comunque ci sarebbero molte cose da dire su questo argomento, ma ne riparleremo in un’altra intervista. Se vuole finire prima dell’alba, bisogna tornare a cibi più “terrestri”...
—Ha ragione. Eravamo rimasti al dolore infiammatorio. Come viene spiegata l’infiammazione dalla medicina?
• E’ il processo fondamentale che l’organismo mette in opera ogni qualvolta deve rimediare ad una situazione anormale. Se si conficca una scheggia sotto l’unghia, o si rompe un osso, o un insetto le inietta del veleno, ogni volta lei osserverà la stessa dilatazione dei tessuti e lo stesso rossore, dovuto all’accelerazione della circolazione sanguigna, e lo stesso aumento di sensibilità, che la obbligherà ad avere più riguardo per la regione interessata. Nel frattempo, viene svolto un complesso lavoro su scala microscopica, i globuli bianchi escono dai vasi sanguigni per abbandonarsi a scorrerie all’interno dei tessuti adiacenti...
—I globuli bianchi riescono ad uscire dalla normale circolazione sanguigna?
• Nei casi di emergenza, diversi ormoni rilasciano ai globuli bianchi un permesso di circolazione speciale! I vasi capillari si dilatano col favore della tumefazione generale e i globuli bianchi riescono a passare attraverso le loro pareti distese come attraverso le maglie di una rete, per andare a compiere la loro missione nelle zone sinistrate. Tale fenomeno porta il dotto nome di diapedèsi*.
—I globuli bianchi sono un po’ come i pompieri che accorrono sui luoghi del sinistro percorrendo corsie di emergenza?
• Sì, ma questi sono pompieri intelligentissimi e superbamente organizzati. Bisognerebbe piuttosto paragonarli all'intero complesso del sistema militare e poliziesco di uno Stato, comprendente sia le truppe incaricate di lottare contro gli aggressori che vengono dall’esterno e suddivise in diversi corpi d’armata, sia la milizia responsabile del mantenimento dell’ordine interno con i suoi detective, i suoi carabinieri, i suoi ispettori, i suoi giudici, i suoi boia, il suo servizio di nettezza urbana, senza dimenticare le sue armi e le sue munizioni. La medicina ha dato a tutta questa organizzazione il nome di sistema immunitario*, scelta quanto mai infelice, ma effettuata in un’epoca in cui si credeva che la sua unica funzione consistesse nell’immunizzare l’organismo contro le malattie. Ma non si stupisca di ritrovare dei globuli bianchi ogni qualvolta ci sia qualcosa da riparare, da pulire, da uccidere o da evacuare...
—Questo però ancora non spiega perché il dolore dovrebbe esistere con il “cotto”, ma non con il “crudo”.
• Entriamo adesso nel regno delle ipotesi, ancora una volta. Credo, tuttavia, che siamo giunti a un buon modello esplicativo, che finora non è stato contraddetto da nulla.
In linea di massima il dolore è sintomo di una lesione. Ogniqualvolta nell’organismo qualcosa viene distrutto, si attiva un sistema di allarme e il cervello viene informato del danno in corso tramite il dolore. Se ad esempio le conficcano un ago in una natica con un pretesto qualsiasi, lei sentirà male fintantoché i tessuti subiranno una lesione supplementare. E’ più che normale che il dolore indichi non tanto la gravità della situazione, quanto l’aggravamento della situazione stessa, il quale potrebbe essere evitato agendo in qualche modo. Possiamo, quindi, scrivere un’equazione molto semplice: dolore = lesione in corso. Questo può essere verificato dal fatto che il dolore diminuisce non appena l’ago smette di avanzare, cioè non appena la lesione smette di aggravarsi.
Applichiamo adesso questa equazione al caso dell’infiammazione...
—Mi sembra di sentire il mio professore di matematica...
• Non perda la calma, sono quasi al termine della dimostrazione: se l’infiammazione è accompagnata da un dolore diffuso, deve essere perché c’è una lesione diffusa in corso, forse una distruzione di cellule sane da parte dei globuli bianchi.
—E perché mai questo si verificherebbe con un cibo e non con l’altro?
• Se lei si mette a innervosire i pompieri che lei stesso ha chiamato per spegnere un incendio, essi che cosa faranno?
—Ogni genere di sciocchezze, immagino.
• Le inonderanno la casa, demoliranno i suoi mobili, o addirittura propagheranno il fuoco ancor di più...
—Secondo lei, il cibo tradizionale ecciterebbe i miei globuli bianchi?
• Le molecole anormali, anche se in numero relativamente piccolo, sono perfettamente in grado di disorganizzare completamente l'azione dei globuli bianchi. Questi nostri paladini dirigono il proprio intervento individuando determinate molecole caratteristiche sui loro bersagli. Se si spargono molecole estranee di ogni genere sul luogo del combattimento, esse fungeranno da false indicazioni per i globuli bianchi, che oltre alle cellule bersaglio attaccheranno anche le cellule sane.
—I miei globuli bianchi si metterebbero a distruggere le mie stesse cellule...
• Questo è lo schema esplicativo che io propongo. La medicina descrive questo fenomeno di “rivolta” in tutta una serie di malattie chiamate autoimmuni autoimmuni*, e sa che anche l’infiammazione porta a processi di autodistruzione, ma tutto ciò resta molto ambiguo: talvolta l’infiammazione è riparatrice, talaltra è distruttrice... Col nostro modello, almeno, si capisce che cosa la faccia passare dalla prima alla seconda tipologia: fintantoché la situazione resta sotto controllo, l’infiammazione indolore corrisponde alla forma riparatrice; quando però il corpo è impregnato di molecole anormali, il processo oltrepassa i limiti naturali e genera delle lesioni microscopiche che si avvertono sotto forma di dolori macroscopici. L’infiammazione dolorosa, insomma, è il prototipo della malattia autoimmune. Essa segnala lo stato di disordine immunitario generale nel quale ci pone l’alimentazione ordinaria e mostra nel contempo che lo squilibrio alimentare determina una generale tendenza all’autodistruzione dell’organismo nel suo complesso.
—Eppure le infiammazioni restano sempre ben localizzate...
• Anche se un solo vulcano è in eruzione, si deve concludere che gli strati più profondi del magma siano in attività sotto tutta la superficie del continente. Allo stesso modo, abbiamo constatato che un’infiammazione circoscritta si manifesta in modo esagerato solamente se preesiste una tendenza infiammatoria generale.
—Non è molto rassicurante pensare che i soldati sui quali bisognerebbe contare per difendere il territorio si mettono invece a massacrare i civili...
• Tanto più che tutto ciò porta in modo molto discreto alla morte... E’ in questo modo che la teoria autoimmune* dell’invecchiamento spiega la degenerazione degli organi: ogni infiammazione microscopica, che ha ad esempio il compito di procedere all’evacuazione di una cellula morta, perde il controllo a tal punto da distruggere tutte le cellule vicine; purtroppo le cellule cicatriziali fabbricate d’urgenza per tappare il buco che si è creato non sono in grado di adempiere ai compiti che svolgevano le cellule specializzate distrutte. In questo modo gli organi si riempiono poco a poco di zone non operative; le restanti cellule attive vengono sovraccaricate di lavoro, e questo accelera ancor di più la degenerazione, fino al tracollo finale.
—Credevo che la morte fosse determinata piuttosto da un orologio genetico.
• I due processi possono sovrapporsi: un invecchiamento biologico naturale e un invecchiamento autoimmune provocato dal disordine molecolare di origine alimentare. Si tratta di sapere quale dei due taglierà per primo il traguardo. Molto probabilmente anche l’orologio genetico si mette a camminare più velocemente per effetto dell’intossicazione culinaria: una cellula in grado di riprodursi cinquanta volte giungerà più rapidamente alla fine del conteggio se viene sottoposta ad un’intossicazione che ne rende necessario il rinnovo in tempi più brevi del normale.
—Questo dimostra che la durata della vita potrbbe essere inversamente proporzionale alla velocità dell’intossicazione?
• Ecco che mi parla in linguaggio matematico, così va bene!
—E le altre malattie autoimmuni?
• A mio parere, esse sono tutte casi particolari di questo invecchiamento autoimmune, a seconda dell’organo o della regione del corpo sui quali esso si concentra. L’arteriosclerosi*, per esempio, che è la causa maggiore di mortalità nei nostri paesi ad elevata "congiuntura gastronomica”...
—Credevo che venisse attribuita al colesterolo!
• Diciamo, per semplificare, che il tasso di colesterolo permette di misurare la gravità della situazione generale: più ce n’è, più velocemente le sue arterie si stanno degradando. E dato che lei ha la stessa età che hanno le sue arterie...
—Lei ha già curato casi di questo genere?
• Piccola differenza, se permette: io non curo nessuno! L’istintonutrizione consiste nel curarsi da soli! O meglio, nel permettere che il corpo trovi da solo la strada più corta verso la salute…
Comunque, con l’istintonutrizione il colesterolo fonde come grasso al sole. Ho visto dei tassi ribelli di colesterolo, che resistevano da più di 25 anni a qualsiasi terapia, normalizzarsi in sole tre settimane. Ma non c’è niente di strano, poiché negli alimenti originari non ci sono grassi anormali.
—Lei vorrà dire che non ci sono grassi animali...
• No, non ci sono grassi anormali: il grasso animale non pone alcun problema se proviene da animali nutriti correttamente e se viene assunto nei limiti dell’istinto. Esso contiene acidi grassi insaturi e moltissimi tipi di sostanze di alto valore nutritivo. Una volta si teneva in massimo conto il vitello grasso, il lardo o il prosciutto crudo... Zeus stesso adorava il grasso. Rilegga il mito di Prometeo. E’ certo che oggi, con i mangimi in granuli, in panelli e tutto ciò che viene somministrato agli animali pur di far loro prendere chili, i tessuti adiposi sono diventati l’immondezzaio di tutte le tossine possibili e immaginabili. L’ideale sarebbe ovviamente disporre di carne selvatica.
—Credevo che fosse semplicemente l’eccesso di corpi grassi ad essere chiamato in causa?
• Il male è da ricercare nelle sostanze anormali che i grassi contengono in seguito alla cattiva alimentazione degli animali e, beninteso, alle denaturazioni culinarie a cui essi vengono sottoposti da parte dell’uomo prima del consumo. E’ certamente vero che le preparazioni culinarie inducono a consumare troppi grassi, ma credo che occorra incriminare tanto la natura delle molecole quanto la loro quantità. Nel quadro dell’istintonutrizione il problema non sussiste in quanto non solo si è al riparo da qualsiasi denaturazione termica, ma si rivela anche impossibile ingerire il benché minimo eccesso di grasso animale. Le ghiandole salivari smettono semplicemente di secernere gli enzimi* appropriati e si ha come l’impressione che una palla di plastilina si attacchi al palato...
—Non deve essere per nulla gradevole.
• La sgradevolezza ha il compito di garantire la salute: è meglio che queste molecole superflue si attacchino ai nostri palati piuttosto che alle pareti delle nostre arterie! Ad ogni modo, è sufficiente arrestarsi al momento giusto...
—I grassi sono stati vittima di molti luoghi comuni.
• La scoperta del ruolo dei grassi nella genesi delle malattie cardiovascolari ha portato a limitare le razioni di lipidi*. Tuttavia, stando alle ultime scoperte, le statistiche mostrano che un consumo troppo basso di grassi fa, tra le altre cose, raddoppiare il rischio di cancro al seno.
Recentemente è stato scoperto che anche l’eccesso di glucidi* può essere dannoso, proprio come quello dei grassi. Questo è il risultato di un importante indagine effettuata dalla Scuola di Medicina dell’Università di Harvard negli USA su 120.000 persone, una vera e propria “rivoluzione dietetica”, secondo la rivista Sciences et Avenir che titolava: “Troppo pane, zucchero e pasta provocano cancro e malattie cardiache”. I glucidi*, eppure, rappresentano le molecole energetiche per eccellenza e sono la base della piramide alimentare raccomandata dagli stessi nutrizionisti. E contraddizioni di questo genere non risparmiano neanche le proteine, il cui eccesso a quanto sembra può avere effetti gravissimi sul sistema immunitario.
—Alla fine della fiera non si sa più che cosa mangiare…
• Dato che l’organismo non è geneticamente adattato alla maggior parte degli alimenti tradizionali, ci dovremo aspettare sempre nuovi studi epidemiologici che pretenderanno di dimostrare la nocività di ognuno di essi. E col tempo le scoperte dei nutrizionisti porteranno a escluderli tutti dall’alimentazione quotidiana, uno ad uno; resteranno in principio solo gli alimenti originari.
—Comunque non capisco ancora come possa l’arteriosclerosi* essere una malattia autoimmune.
• Se ammettiamo che le cellule delle pareti arteriose sono impregnate di molecole anormali (forse proprio in rapporto col colesterolo pesante), possiamo ipotizzare che i globuli bianchi le attacchino; se le cose vanno troppo velocemente, le cellule distrutte non vengono rimpiazzate da cellule adeguate; il corpo si sbriga quindi a tappare i buchi come può; ne consegue una degenerazione delle pareti dei vasi, i quali perdono la loro elasticità e possono arrivare fino a presentare dei ripiegamenti, da cui l’ipertensione, dovuta alle difficoltà che il cuore incontra per far circolare il sangue; fino a che all’improvviso un frammento non si stacca e va a tappare un’arteria di diametro più piccolo, e lei conosce il seguito...
—Comunque se dovo morire di qualcosa, preferisco morire di infarto...
• La parola infarto deriva da “infartum” che in latino voleva dire “infarcito”. L’etimologia delle parole dice sempre molto di più di quanto faccia una semplice definizione sul dizionario: si tratta certamente del peggiore ripieno col quale la cucina potesse farcire le nostre arterie! Personalmente io preferisco fare a meno di questo tipo di eutanasia; l’infarto non uccide sempre al primo colpo, né senza causare sofferenze. E questo vale anche per l’infarto del miocardio: la porzione di muscolo cardiaco asfissiata dalla mancanza di irrigazione deve continuare il suo lavoro, dato che il cuore non può fermarsi per l’occasione! Da ciò deriva il malessere, l’estrema debolezza e i classici dolori al braccio sinistro che non hanno nulla di invidiabile, se si crede a ciò che riferiscono i malati.
Per quanto riguarda gli infarti cerebrali, un attacco può lasciare paralizzati per il resto dei propri giorni, oppure causare il “rimbambimento”: in quest’ultimo caso i piccoli attacchi si moltiplicano a tal punto da far “avvizzire” il suo cervello come se fosse un soufflé che è stato tolto dal forno troppo presto...
—Il cervello può avvizzire?
• Dal punto di vista medico si parla di rammollimento cerebrale e si ritiene che sia più o meno normale che il cervello perda una buona parte del suo volume quando si arriva all’età della pensione... Sembra che la distruzione dei neuroni* sia dovuta a due cause: l’asfissia causata dall’obliterazione delle arteriole che hanno il compito di irrigarli e le micro-infiammazioni autoimmuni*. Entrambi questi processi si spiegano con l’alimentazione denaturata.
—E con l’istintonutrizione pensa che l’arteriosclerosi possa regredire?
• E’ sempre meglio prevenire che curare. Quando l’organismo ha subito lesioni troppo profonde, generalmente non si può contare su un recupero totale, sebbene io abbia potuto osservare casi molto incoraggianti: ad esempio, una signora sulla sessantina che era stata operata per un infarto miocardico e alla quale il medico aveva assicurato che non sarebbe più stata in grado di salire una scala; dopo due mesi di istintonutrizione aveva recuperato così bene che anche il suo medico decise di praticare il nostro sistema! Dato che questa signora era in pensione, ci propose di venire ad aiutarci nel nostro Centro e si rimise a lavorare con tutto lo slancio della giovinezza; trasportava casse di mele, saliva e scendeva le scale senza affannarsi…
—Che cosa mi dice della respirazione con la sua dieta?
• Con la mia “antidieta”, vorrà dire, la respirazione migliora nettamente. La pulsazione cardiaca diventa anch’essa più calma e più profonda. Al mattino al risveglio, ad esempio, il polso è intorno ai 52 battiti al minuto.
—Come per gli sportivi.
• E senza obbligatoriamente fare sport! Il cuore benefìcia di un tempo di recupero tra i battiti più lungo, e questo è di capitale importanza per la durata della vita.
—Non sarà mica contro lo sport?
• Devo premettere che c’è sport e sport. Lo spirito di competizione spinge inevitabilmente a chiedere al corpo più di quanto esso possa dare, mettendolo in uno stato di stress; una scarica di ormoni di tutti i generi (adrenalina*, endorfine...) viene provocata; il sistema immunitario è costretto a sospendere parte della sua attività, e ciò si manifesta paradossalmente con la sensazione di sentirsi in grande forma, dato che si può disporre liberamente di tutta l’energia che non viene più consacrata alla pulizia. E’ a lungo termine che è possibile prevedere dei danni in profondità. Ho visto più di un ex-campione di tennis, scherma, ciclismo, terminare la propria carriera con un cancro o un infarto.
Al contrario, uno sport moderato, volendo anche violento, ma che non oltrepassa i limiti istintivi dello sforzo, mi sembra più che indicato per compensare l’effetto negativo delle pantofole e della televisione sulla salute dell’occidentale medio.
Abbiamo parlato dell’arteriosclerosi, questa simpatica “malattia del progresso” che uccide circa un uomo su tre. Ma ci sono anche molte altre malattie autoimmuni, dato che i globuli bianchi possono dirigere il proprio attacco verso qualsiasi parte del corpo.
—Mi vengono in mente le varici: si spiegano anch’esse allo stesso modo?
• La parete di una vena in cui le cellule normali sono state rimpiazzate da cellule cicatriziali resiste male alla pressione del sangue, soprattutto nelle gambe dove essa è più forte. Queste vene si dilatano e degenerano in modo progressivo.
—Che cosa ne pensa dell’operazione di estrazione della vena?
• Trovo che sia sempre spiacevole attentare all’integrità del corpo. Togliere un condotto importante va a sovraccaricare i condotti adiacenti: ne risulterà necessariamente la difficoltà circolatoria, il calo del rendimento muscolare, l’edema e altri problemi a più lungo termine...
—Non si può certo sperare di guarire le varici con l’alimentazione!
• E invece sì. Non ci credevo neanch’io, ma ho avuto la possibilità di constatare coi miei stessi occhi che le varici si riassorbono talvolta completamente, soprattutto quando si comincia molto presto. Anche nel caso di altri disturbi ancora più gravi, come le arteriti* e le vasculiti*, l’istintonutrizione ha dato risultati eccellenti. Mi ricordo, ad esempio, del caso di un medico di una trentina d’anni che era stato colpito da vasculite*.
—Un’altra parola dotta! Potrebbe avere la gentilezza di tradurre per i comuni mortali...
• Il suffisso “ite” si adopera ogni qualvolta c’è infiammazione.
—Come in cellulite*?
• Ecco, lei ha preso proprio l’unica eccezione: l’ordinaria cellulite non è un’infiammazione delle cellule. In questa affezione i tessuti sottocutanei vengono distesi dai grassi anormali e a poco a poco la pelle assume il caratteristico aspetto a buccia d’arancia.
—Immagino che anch’essa guarirà molto facilmente con l’istintonutrizione!
• Generalmente in poche settimane o in pochi mesi, sempreché le cose vengano fatte correttamente. Non è detto che sia necessariamente facile andare a sbloccare delle materie incrostate da anni: ciò necessita di alcune condizioni molto precise, alla stregua delle malattie reputate gravi. I grassi possono contenere tossine di ogni tipo le quali, una volta mobilitate nel sangue, devono essere degradate e inoltrate verso l’esterno attraverso le apposite vie. E’ un lavoro che l’organismo intraprende solo se viene posto in condizioni adeguate: equilibramento alimentare perfetto, sonno sufficiente, assenza di stress, stato psichico positivo, attività fisica, ecc.
—Quindi, una cellulite è tanto difficile da guarire quanto una vasculite*?
• Direi piuttosto che una vasculite è tanto facile da guarire quanto una cellulite. Non necessariamente una malattia grave è più ribelle di una malattia benigna. Le cosiddette malattie incurabili vengono chiamate in questo modo solo perché la medicina è incapace di guarirle. Con l’istintonutrizione noi disponiamo di una nuova chiave terapeutica e le vecchie classificazioni non hanno più molto senso.
Nella vasculite, sono i vasi capillari ad essere colpiti; i globuli bianchi si mettono ad attaccare le loro pareti e, dato che questi canali sono molto sottili, non ci mettono molto a tapparsi e a degradarsi; se questo succede alcune parti del corpo non vengono più irrigate correttamente e si necrotizzano. Ed è soprattutto il sistema nervoso quello che subisce danni particolarmente carichi di conseguenze. Il giovane medico di cui le avevo parlato aveva già perduto l’udito all’orecchio sinistro, la mobilità e la sensibilità di due dita, completamente paralizzate, e il suo elettrocardiogramma presentava un’anomalia perché il nervo cardiaco che comanda i battiti del cuore era stato gravemente colpito (in linguaggio tecnico, aveva un “blocco di branca”). La malattia si incamminava verso la catastrofe. Gli specialisti gli avevano proposto una chemioterapia come quelle che generalmente si usano per distruggere le cellule cancerose e che nel suo caso si presumeva dovesse distruggere i globuli bianchi, con la speranza di limitare i danni.
—E’ aberrante uccidere i globuli bianchi, se sono proprio loro che devono proteggere l’organismo!
• Come lei può constatare la medicina si trova in un’impasse: non è possibile far regnare l’ordine in un paese quando gli stessi guardiani della pace vengono colpiti da una furia omicida... Quello che ancora non si sa è che questa pazzia è provocata dall’alimentazione!
I fatti non si potrebbero spiegare in altro modo: non appena il nostro medico iniziò l’istintonutrizione, la sua condizione cominciò a migliorare; in due mesi recuperò l’uso delle dita e le analisi del sangue mostrarono che la malattia si era stabilizzata. Sei mesi più tardi ricevetti la notizia che speravo di ricevere: l’elettrocardiogramma era di nuovo completamente normale!
—E lui che cosa ne pensò come medico?
• Rimase piuttosto perplesso, ebbi quasi l’impressione che fosse contrariato dalla sua stessa guarigione, perché gli dimostrava che l’alimentazione era più efficace della sua cara medicina. Comunque sia, questo genere di esperienze dimostrano che esistono stretti rapporti tra l’alimentazione e i disordini immunitari. E’ un argomento molto importante: più la ricerca avanza, più si scopre che le malattie la cui causa era considerata oscura sono in realtà malattie autoimmuni.
—Ha osservato altre guarigioni altrettanto spettacolari?
• Certo. Ad esempio in alcune persone colpite da poliartrite reumatoide* o da lupus eritematoso sistemico che hanno praticato l’istintonutrizione in modo corretto. Purtroppo, ho sempre fatto fatica a convincere i golosi di quanto sia necessario rispettare una disciplina alimentare in modo molto rigoroso...
—E’ difficile credere che poche insignificanti scappatelle possano svolgere un ruolo così determinante!
• La maggior parte delle persone ha l’abitudine di ritenere inoffensivi quegli alimenti che da secoli ci sono familiari. E’ uno degli scogli più grandi all’inizio dell’istintonutrizione: chi potrebbe mai immaginare che un bicchiere di latte o un tozzo di pane possano veramente arrecare danno? Eppure, una volta usciti dal referenziale culinario si è costretti a riconoscere la nocività degli alimenti abituali; e quando c’è già una malattia, i rapporti di causa-effetto appaiono con ancora più chiarezza, perché non appena sopraggiunge un qualsiasi fattore di perturbazione i disturbi latenti risalgono subito in superficie.
—Allora è pericoloso praticare il suo sistema di guarigione se non viene applicato in modo completamente corretto?
• Se lei chiama pericoloso il rischio di far riapparire i vecchi disturbi... sì! Non dimentichi stiamo trattando di guarire malattie contro le quali la medicina è impotente. Il miracolo si paga al prezzo di un minimo di disciplina e di impegno.
—Sicuramente le persone verranno da lei solo dopo che hanno già provato di tutto.
• Sfortunatamente sì, con le malattie incurabili è proprio quello che succede la maggior parte delle volte: pur sentendosi impotente, il medico non riesce a dire la verità al malato. Anzi, lo incoraggia e gli lascia credere che questo o quel farmaco funzionerà. Quando il malato prende coscienza dell’impotenza della medicina, e questo richiede spesso molti anni, intraprende il lungo giro degli omeopati, degli agopuntori, dei pranoterapeuti (pardon, bioterapeuti!), dei radioestesisti, dei cartomanti, i quiali, persuasi ognuno del valore della propria arte, gli fanno perdere dell'altro tempo prezioso. Quando tutte le carte sono state giocate e la partita rischia di essere definitivamente compromessa, allora si comincia a dire che l’alimentazione potrebbe rappresentare la carta vincente che mancava. E’ esattamente il contrario di ciò che si dovrebbe fare, cioè cominciare a correggere l’alimentazione prima che la malattia diventi troppo grave e ricorrere alla medicina solamente se le cose non si sistemano. Oppure, eventualmente, cominciare le due cose allo stesso tempo, perché non sono affatto incompatibili. E le statistiche prenderebbero ben altra piega!
—Ma ha pensato a quante persone diventerebbero disoccupate in questo modo?
• Meno di quante lei si immagina: l’assistenza del medico o del personale paramedico resterebbe necessaria per assicurare la sorveglianza clinica, dare consigli e incoraggiare la disciplina alimentare. Bisognerebbe semplicemente dare a tutti gli operatori l'appropriata formazione in nutrizione.
—Tutto sommato, perché non insegnare l’istintonutrizione nelle scuole?
• Sarebbe certamente più utile dei corsi di educazione sessuale! Ai bambini non viene proposto quasi nulla in materia di igiene alimentare; d’altronde, non si ha nulla di valido da offrire loro all’infuori delle caramelle e delle merendine per ricompensare i loro doveri, dei gelati per intaccare lo smalto dei loro denti, e dei pasticcini per insegnare loro la golosità... Ah, dimenticavo i bicchieroni di latte per il calcio! In seguito, se vogliono riprendere in mano la propria alimentazione, preoccupati della propria linea o della propria salute, dovranno lottare a vita contro tutte le fissazioni che sono state loro trasmesse. Sarebbe ora di capire che le buone abitudini si imparano nell’infanzia. Invece dei soliti ritornelli: “Un cucchiaio per papà, un cucchiaio per mammà”, si potrebbero inculcare loro le leggi naturali della nutrizione, perché no!
Nei bambini l’istinto è ancora molto potente e non chiede altro che esprimersi: sta ai genitori non pervertirlo. Gli organismi giovanissimi si difendono spesso con energia contro gli alimenti che potrebbero nuocere loro. I lattanti, infatti, vomitano i primi biberon, fanno le smorfie davanti alle pappette... Se viene offerto loro un frutto, spalancano la bocca, ma si ha paura che possa far loro male, senza sapere che la reazione provocata dall’alimento naturale sarebbe in ogni caso salutare. Ci vogliono spesso degli anni per forzare giorno dopo giorno un bambino a mandar giù la propria scodella di caffellatte o la fettina di carne brunita che lui detesta e, quando le barriere alla fine cadono, ci si rallegra dicendo: “Oh, adesso sì che mangi bene piccolino”, e invece le sue protezioni sono semplicemente crollate sotto i colpi dei ripetuti tentativi!
I genitori per primi avrebbero bisogno di una rieducazione al fine di imparare a rispettare lo sviluppo normale del senso alimentare dei propri bambini. Altrimenti, tutti gli sforzi che si intraprenderebbero da parte della scuola resterebbero senza risultati; i bambini si sentirebbero tirati da una parte dall’insegnamento ricevuto e dall’altra dalle abitudini familiari. Senza contare la pubblicità di cui li inondano la televisione, il cinema, i cartelloni ad ogni angolo di strada...
La rieducazione alimentare generale va a scontrarsi con tutto un garbuglio di fattori. Solo il tempo potrà cambiare la situazione. E’ vero, tuttavia, che si potrebbe almeno offrire ai bambini qualche base di biologia nutrizionale: far loro sapere che la genetica umana risale a tempi molto antichi, che essa è adattata principalmente agli alimenti non denaturati, che esistono meccanismi istintivi a livello di odorato e di gusto che assicurano l’equilibrio metabolico, che moltissime molecole diventano pericolose per effetto della cucina, che il latte e il grano non sono alimenti veramente naturali. Credo che queste nozioni basterebbero per inspirare una certa prudenza nei confronti delle abbuffate. La Previdenza Sociale farebbe grandi risparmi, se non sarà già fallita prima...
—E che ne è della carie dentaria?
• L’uomo di Cro-Magnon non aveva bisogno del dentista. Come le ho già detto, le prime carie della Storia compaiono nel neolitico*. Ahimè, la situazione non è migliorata molto con i secoli, neanche con l’invenzione del trapano e dello spazzolino da denti! Ancora nessuno sa veramente perché le popolazioni benestanti debbano vedere i propri denti crivellarsi di buchi, mentre le popolazioni povere non conoscono quasi per niente quest’affezione. I meccanismi della carie sono ancora oscuri. La gente generalmente crede che siano i resti degli alimenti, dello zucchero in particolare, che vanno in putrefazione e attaccano lo smalto. E così che viene spiegata ai bambini la necessità di lavarsi i denti (in modo tale che i venditori di dentifricio possano vendere la propria merce). Per quanto ne so, le statistiche non hanno mai permesso di attribuire al lavaggio la benché minima efficacia: in questo caso come in altri, si sta ancora in piene fantasticherie!
—Ho sempre creduto che la carie fosse dovuta all’attacco dei microbi...
Le malattie all’alba della civiltà occidentale
estratto da Les Maladies à l'Aube de la Civilisation Occidentale
Mirko D. Grmek, éd. Payot, 1983, pp. 173-174
(pubblicato in Italia da Il Mulino)
“La carie dentaria è oggi molto più frequente che in passato. In Europa la sua frequenza comincia ad aumentare nel Medioevo, e si impenna nei tempi moderni. Senza alcun dubbio questo aumento è dovuto essenzialmente al cambiamento progressivo delle abitudini alimentari. Lo zucchero e il pane sono probabilmente tra i principali responsabili dell’elevata incidenza attuale, poiché essi favoriscono l’attività dei microbi della placca dentaria. Ma non bisogna credere che possa bastare una spiegazione così semplice. L’eziologia* della carie è molto complessa e in gran parte ancora non delucidata”.
“Tra il sovraccarico e la deficienza alimentare sembra sia il primo ad avere le conseguenze più gravi per il tessuto dentario: le popolazioni benestanti, in linea di massima, hanno denti più cariati delle popolazioni economicamente deboli.”
Commento: Forse la teoria autoimmune* della carie dentaria alla quale conduce la tesi dell’inadattamento genetico all’alimentazione non originaria permetterà di delucidare questo mistero...
• Sembra che sia un po’ più complicato: una quarantina di diverse varietà di batteri* vivono costantemente sulla superficie dei denti, formando uno strato aderente particolarmente stabile grazie a una sostanza che funge da legante, detta matrice intermicrobica. E’ ciò che viene chiamato placca dentaria.
—E questi batteri attaccherebbero lo smalto?
• E’ ciò che si pensava all’inizio. Ma nonostante la placca dentaria sia sempre presente (essa si riforma in pochi istanti anche dopo averla eliminata con i migliori spazzolini e dentifrici del mondo), talvolta i buchi si producono e talaltra no (come ad esempio per gli animali selvatici). Ma nessuno sa ancora il perché.
—Quindi il problema resta intatto?
• Più intatto dei denti, a quanto sembra!
—Sono sicuro che lei ha la sua bella ideuzza pronta pronta...
• Come potrei nascondergliela? La medicina ignora la presenza di molecole anormali all’interno dei tessuti. Quindi, è proprio da questo versante che bisogna cercare. Innanzitutto chiediamoci il perché di questo strato persistente di microbi sulla superficie del dente, di questo perpetuo tentativo da parte del mondo microbico di distruggere le nostre dentature...! La natura a quanto pare non aspetta altro che il nostro minimo cedimento per radiarci definitivamente dalla biosfera, come si è sempre pensato da Pasteur in poi.
—Certo che lei non deve amare per nulla Pasteur!
• Ma certo che lo amo. Come potrei non amarlo visto che è stato lui a scoprire i microbi, e con l’istintonutrizione si amano moltissimo i microbi...
Dato che la placca dentaria è un fenomeno stabile, non sarebbe forse più logico pensare che la sua presenza sia voluta dall’organismo e conseguentemente che essa debba avere una qualche utilità? Quando vennero scoperti i batteri della flora intestinale, dapprima gli scienziati pensarono che fossero dannosi, perché si trattava di batteri… Allevarono, quindi, degli animali “assenici”, cioè sprovvisti di qualsiasi batterio* nel proprio intestino. E constatarono che essi non stavano per niente bene! Oggi è ormai chiaro a tutti che l’organismo non si accollerebbe la fatica di allevare centoventi specie diverse di batteri nel proprio tubo digerente se questo non servisse a qualcosa. E perché non dovrebbe essere la stessa cosa per i batteri della flora orale? Penso sia logico postulare che essi non abbiano per forza l’intenzione di attaccare i nostri denti, ma che vengano utilizzati dall’organismo allo scopo di sbarazzare lo smalto da certe molecole aggressive provenienti dagli alimenti naturali. Non sarebbe stupendo se il nostro corpo avesse programmato un meccanismo di pulizia per proteggere i propri denti dalle sostanze acide e corrosive che vi si depositano e che potrebbero ad esempio sciogliere il calcio che dà allo smalto la sua resistenza? In natura, una dentatura che si logora troppo in fretta condannerebbe l’animale a morte certa.
Il dente è un organismo vivente. I nutrienti di cui le cellule della dentina hanno bisogno vengono apportati dal sangue che circola nella cavità polpare, il centro della radice (il nervo). Ma nella dentina, cioè la materia bianca che costituisce il corpo del dente, non ci sono vasi. Le molecole nutritive si spostano per diffusione dal centro alla periferia.
Immagini ora che il sangue trasporti delle molecole anormali non completamente degradate, ad esempio gli AGE o le molecole di Maillard* di origine culinaria. Anche se la proporzione di queste molecole estranee fosse molto debole, col tempo esse rimarranno intrappolate nella dentina proprio come le impurità in un filtro; si accumuleranno in determinate zone, laddove il loro trasporto è più difficile, addirittura fin nello smalto (che contiene un certo numero di molecole organiche complesse alle quali esse possono attaccarsi).
—Ora capisco la sua teoria: i batteri della placca dentaria attaccherebbero le molecole presenti nel dente, confondendole con le molecole da eliminare provenienti dall’esterno...
• E’ l’ipotesi che io propongo. La carie potrebbe essere considerata una malattia autoimmune in senso lato: i batteri normalmente utilizzati dal nostro sistema di difesa per distruggere le molecole pericolose presenti nella cavità orale, attaccherebbero i nostri stessi tessuti dentari, ingombri di molecole analoghe apportate dal sangue in seguito alle nostre sregolatezze alimentari.
Nelle malattie autoimmuni ordinarie sono i globuli bianchi che si rivoltano contro le nostre cellule; qui invece sarebbero i batteri a deviare dalla propria funzione normale a causa della presenza di molecole anormali nella dentina.
—Ho sempre creduto che il nostro sistema di difesa mirasse a distruggere i microbi. Lei invece sembra dire che li utilizza...
• Chiedo scusa, dimenticavo; non abbiamo ancora abbordato questo capitolo. Penso sia legittimo chiedersi che cosa vengano a fare nei nostri poveri organismi tutti i batteri patogeni che Dio ha creato. Neanch’io ci capivo niente quando, sui banchi di scuola, mi insegnavano che mille tipi di batteri malvagi (colera, tifo*, ecc.) soggiornano permanentemente nelle nostre bocche o nei nostri tubi digerenti, diventando virulenti solo in alcune occasioni e per ragioni sconosciute...
—Ma lei mi ha detto che nelle vostre condizioni alimentari non si osservano più le infezioni…
• Sono state proprio le ultime infezioni che ho osservato a fornirmi la chiave del mistero. Questo risale all’epoca in cui speravo ancora di poter considerare il latte animale come un alimento semi-originario: grazie al suo apporto di proteine, pensavo che ci avrebbe permesso di vivere senza uccidere, e soprattutto a dire il vero, adoravo i formaggi...
—Fa piacere pensare che lei sia un uomo come tutti gli altri!
• Ero anzi decisamente anche più ghiotto della media. E’ forse per questa ragione che ho inventato un metodo di alimentazione basato sul piacere...
Avevamo acquistato due capre per avere il nostro latte biologico direttamente dalla fonte. Rimasi allora molto deluso nel constatare che ogni qualvolta facevo una "cura" di latte, mi si infettava anche la minima feritina.
—C’è gente che beve latte e che non ha alcuna infezione.
• Ci arriveremo. Restiamo per il momento ai fatti: praticavo un’alimentazione “originaria” al 100%, ma le mie ferite si infettavano non appena consumavo del latte, sia fresco che cagliato. Mi graffiavo molto spesso le mani, perché stavo sistemando una cascina molto vecchia, che diventò successivamente il nostro primo Centro. Una volta mi si presentò un inizio di infezione al dito indice sinistro, ma decisi di continuare a bere il latte, per vedere fin dove sarebbero arrivate le cose. Ben presto l’infiammazione al dito si trasformò in una bolla purulenta, poi sul dorso della mano si disegnò una linea rossa che si estese progressivamente all’avambraccio, fino ad arrivare vicino la spalla. Temendo una setticemia, smisi di bere il latte: già dal giorno successivo la linea cominciò a battere la ritirata. Quando fu ridiscesa fino a metà avambraccio, ripresi il latte per assicurarmi che non fosse solo una circostanza casuale. In pochi giorni la linea risalì fino a metà dell’omero. Stavolta, abbandonai definitivamente il latte e progressivamente tutto rientrò nell’ordine. L’esperimento durò circa sei settimane e mi è rimasta ancora una piccola cicatrice alla base dell’indice, che è possibile vedere solo da vicino.
—Infatti bisogna saperlo per vederla.
• Con l’istintonutrizione le cicatrici si formano rapidamente e senza complicazioni. Dopo un taglio, ad esempio, il sangue coagula rapidamente, non si sente alcun dolore, né si vede alcun rossore sui bordi della piaga, e in qualche giorno tutto si è richiuso. Mia moglie fece esattamente lo stesso esperimento. Constatai inoltre che l’infezione poteva manifestarsi anche senza che ci fosse una lesione aperta, come se essa cominciasse dall’interno, e questo contraddiceva la tesi del microbo aggressore.
Per di più notai che il pus che colava dalla ferita “infettata” aveva un odore di capra, intermedio tra quello del latte e dell’urina di questi animali. Dapprima pensai che si trattasse di un microbo chi ci contaminava durante il contatto con i nostri caprini. Ma nessuna misura igienica riuscì a evitare quell’odore.
Dopo ben sei mesi di tergiversazioni e di verifiche, mi risolsi a classificare il latte tra gli alimenti pericolosi (pazienza per i formaggi!) e a cambiare la teoria.
—Ammettendo che esso poteva contenere molecole anormali?
• E' impossibile non ammettere che le molecole portatrici di quell’odore avevano oltrepassato la mia barriera intestinale. Dato che le ritrovavo nelle infezioni addirittura molti giorni dopo aver smesso l’ingestione, era evidente che esse si erano accumulate nel mio organismo. Tutte le nostre ulteriori osservazioni andarono a confermare questo schema di ragionamento: il latte intossica alla stregua di qualsiasi altro alimento denaturato. A quanto pare, esso contiene una certa percentuale di molecole alle quali i nostri enzimi* non sono adattati e che restano intrappolate nel nostro metabolismo proprio come le molecole guastate dalla cottura. Per sbarazzarsene, allora, l’organismo deve attuare complicati meccanismi di vario tipo.
—Per lei l’infezione sarebbe una porta di uscita?
• Direi piuttosto una specie di impianto di depurazione.
—A che cosa servono allora i microbi? E perché il corpo non elimina queste molecole parassite con una semplice fuoriuscita di siero, ad esempio?
• A volte lo fa: certe eruzioni si presentano sotto forma di vescicole trasparenti; in questi casi sembra che sia un virus a programmare questa bella “fioritura” della nostra pelle, che costituisce una sorta di valvola destinata ad evacuare le molecole indesiderate.
In altri casi, invece, sono presenti i batteri: penso che l’organismo li usi per smontare le molecole pericolose che esso non riesce a smontare con i propri enzimi, dato che i nostri enzimi non sono adattati alle molecole non originarie*... Tramite il batterio noi disponiamo, in certo qual modo, di enzimi per interposta persona.
E’ proprio quello che succede nella flora intestinale. L’intestino coltiva tutta una gamma di batteri i cui enzimi realizzano operazioni che i nostri enzimi non sanno effettuare. E’ in questo modo che digeriamo le fibre vegetali. Per definizione, vengono chiamate fibre tutti quei componenti alimentari che i nostri enzimi non sono in grado di digerire. Per rimediare in qualche modo a questa carenza, l’intestino crasso ricorre ai buoni servigi di un batterio, di cui sa dosare sapientemente la moltiplicazione, e gli enzimi sintetizzati da questo batterio (le beta-amilasi*) sono incaricati di digerire le molecole recalcitranti. L’uomo riesce in questo modo ad assimilare quasi il 50% delle fibre vegetali che ingerisce con la propria alimentazione.
Penso che i processi detti infettivi siano in realtà delle simbiosi analoghe a quelle che hanno luogo nell’intestino. In questo ordine di idee, si potrebbe paragonare un ascesso a una specie di impianto di depurazione, dove tutte le molecole veicolate dal sangue vengono degradate dagli enzimi dei batteri che vengono moltiplicati a tale scopo; esattamente come negli impianti di depurazione delle acque, dove si allevano ceppi di batteri i cui enzimi sono in grado di digerire i derivati del petrolio e gli altri inquinanti non degradabili...
—Comunque, le malattie infettive come ad esempio il tifo*, la tubercolosi*... costituiscono attacchi specifici su determinati organi bersaglio.
• I batteri possono svolgere il loro lavoro di depurazione in qualsiasi parte del corpo: nell’intestino, nei polmoni...
—Ma il sistema immunitario* non ha come funzione proprio quella di distruggere i microbi? Lei invece sembra ritenere che esso tolleri la loro presenza, è contraddittorio...
• Credo che occorra imparare a ragionare diversamente. Generalmente si parte dall’idea che il sistema immunitario abbia come fine quello di distruggere i microrganismi che penetrano nel corpo. Ciò che ho potuto osservare nel mio referenziale “postculinario” mi fa piuttosto pensare che il suo scopo principale consista nell’eliminare le molecole estranee che parassìtano i nostri organismi, e che utilizzi i microbi a tal fine: i virus programmano l’espulsione delle molecole anormali accumulate dentro le cellule, e i batteri smontano tali molecole una volta passate nel sangue. Ci sarebbe una sorta di collaborazione tra virus e batteri.
—Lei spiegherebbe in questo modo le superinfezioni che si osservano frequentemente nel corso delle malattie virali? Questo ragionamento mi sembra un po’ avventato se si pensa al pericolo che questo processo rappresenta se le cose non vanno per il verso giusto...
• Tutti i processi che hanno luogo nel nostro organismo sono programmati geneticamente e la nostra genetica si adatta molto lentamente alle nuove situazioni. Se ci sono troppe molecole-bersaglio nel sangue, come conseguenza di un apporto alimentare inopportuno, il processo perde il controllo a tal punto da causare danni che potrebbero essere mortali.
—La natura avrebbe potuto inventare un sistema di sicurezza che riesca ad evitare questo genere di sviamento.
• Il punto è che in natura c’erano solo pochissime di queste molecole anormali: si può facilmente immaginare che un tubero potesse finire arrostito in prossimità di una colata di lava o per effetto di un incendio di foresta. Ma questo genere di incidenti gastronomici non si verificavano tutti i giorni. I meccanismi di eliminazione che si perfezionarono, e che sono ancora oggi iscritti nella nostra genetica, non sono adattati alla valanga molecolare giornaliera dovuta alle nostre abitudini culinarie!
E’ normale allora che sia sufficiente un bel pasto per far pullulare bacilli di Koch e salmonelle*. Se la stessa situazione si ripete giorno dopo giorno, è chiaro che le cose andranno a finire male. Viceversa, è sufficiente digiunare, o limitarsi agli alimenti originari, per veder scomparire la sindrome infettiva. Questo è quello che ha mostrato la nostra esperienza.
—Allora, secondo lei, il sistema immunitario non serve solamente a distruggere i microbi... Mi serve del tempo per abituarmici...
• Più in generale credo che esso serva a controllare la moltiplicazione dei batteri utili e per assicurare la distruzione dei batteri superflui o pericolosi. Ne fa rimanere solo alcuni e li tiene in serbo in vista di un’eventuale operazione di pulizia futura, per la quale non dovrà far altro che farli moltiplicare: ciò spiega la presenza dei microbi patogeni non virulenti.
—Quindi, bisogna rivedere la nozione stessa di virulenza...
• In effetti ho sempre trovato molto bizzarro che, per esempio, certi “portatori sani” potessero ospitare bacilli di Eberth (Salmonella typhi) nel proprio intestino senza avere alcun sintomo di tifo*. La concezione medica mi sembra contraddittoria: se il microbo è l’agente determinante, si è obbligati ad arrivare al concetto di “malato sano”! Nell’ottica che io propongo, certe malattie infettive potrebbero invece essere considerate come casi particolari di malattie autoimmuni*. I batteri, che sono normalmente usati dal sistema immunitario per distruggere certi tipi di molecole estranee, se queste sono troppo numerose, si moltiplicano a tal punto che il processo diventa patologico.
—L’infezione sarebbe una malattia autoimmune... difficile da credere!
• Come nel caso della carie dentaria: i batteri, che si presume debbano effettuare un servizio di “nettezza orale”, si mettono a scavare caverne nelle zone della nostra dentina più gravemente minate. Il bacillo di Koch scava caverne nei nostri polmoni, il bacillo di Erberth scava buchi nella parete del nostro intestino, tutto questo si spiega facilmente con la presenza di un numero esagerato di molecole-bersaglio.
—Quello che lei dice richiede uno sconvolgimento totale del modo di pensare. Crede veramente che ci saranno medici disposti a seguirla?
• La maggior parte dei medici sono coscienti che nelle teorie attuali c’è qualcosa che non quadra. I ricercatori possono darsi da fare quanto vogliono, ma probabilmente il problema non potrà mai avere una soluzione nel referenziale culinario. Il numero dei fattori di disordine è veramente troppo elevato per permettere di vederci chiaro; gli errori di interpretazione sono inevitabili. Bisognerebbe sapere innanzitutto come si svolgono tutte le malattie nel referenziale originario, dove tutto è evidentemente più semplificato, visto che l’alimentazione corrisponde alle caratteristiche genetiche dell’organismo.
Sia nel caso dei virus che nel caso dei batteri, se l’operazione di pulitura appare troppo pericolosa, in generale sembra che l’organismo sappia evitare di assumersi rischi inutili. E’ per questo che le infezioni dovute al latte si verificano soprattutto quando l’alimentazione praticata è quella corretta. Non essendoci altri problemi, il corpo ha la possibilità di impegnarsi nel lavoro di eliminazione diretta delle nuove molecole indesiderate. Nel contesto del “cotto”, invece, nella maggior parte dei casi l’organismo è troppo perturbato dalla valanga di molecole denaturate dal calore per occuparsi anche delle molecole estranee apportate dal latte.
—Allora quando pensiamo di non riuscire a resistere ad un’infezione microbica, potrebbe essere che in realtà siamo solo incapaci di usare quel microbo per lottare contro l’intossicazione molecolare?
• Questa è proprio la mia impressione. Si vedono spesso persone che non hanno mai avuto neanche un doloruccio, né malattie infantili, né una semplice influenza, né una bronchite, e che all’improvviso si fanno portare via brutalmente da un cancro o da un infarto. In questi casi, il terreno è minato così in profondità che queste malattie di pulizia si sviluppavano neanche più, e questo aggrava ancora di più la situazione.
—Se seguo bene il suo ragionamento, bisognerebbe ammalarsi spesso per essere in buona salute?
• Nel referenziale culinario si arriva proprio a questo paradosso. Tutto diventa più chiaro se non diciamo più “malattia”, come fa abusivamente la medicina, bensì “processo di detossinazione*” o anche “ortopatia”, per evidenziare che si tratta di un disturbo destinato a ristabilire l’ordine.
—Allora sarebbero tutti processi utili. Per lei la nozione di malattia non esiste più?
• Attenzione: quando l’organismo arriva a un grado di intossicazione critico, certe funzioni non riescono più ad essere espletate. Le cose degenerano e allora c’è effettivamente una malattia: un cancro o una malattia cardiovascolare, ad esempio. Le arterie che si tappano sono una manifestazione del disordine proprio come lo sono le cellule tumorali che proliferano e distruggono gli organi.
—Comunque, le arterie tappate non si stappano certo cominciando a mangiare carote crude...
• L’istintonutrizione ci ha riservato molte sorprese. La medicina ritiene, in effetti, che un’arteria tappata non si potrà mai stappare. E’ un tipico caso di processo irreversibile. I tessuti degenerati formano un ammasso più o meno calcificato, ed è inimmaginabile come quel tappo possa sciogliersi. Eppure, io ho potuto constatare su di un uomo di circa cinquant’anni che una grossa arteria cerebrale completamente otturata si è sturata dopo pochi mesi.
—E la reazione dei medici?
• Il paziente stesso mi ha raccontato la scena. Il radiologo e il caposervizio, completamente sconcertati di fronte alle radiografie, che non potevano certo mettere in dubbio, non smettevano di ripetere: “Qui è otturata e qui è sturata, ma un’arteria otturata non si può sturare...”
—Come spiega questo fenomeno?
• Per il momento io constato i fatti. Per quanto riguarda le mie intuizioni, penso che occorra cercare sul versante del sistema immunitario. Se i nostri globuli bianchi riescono a riconoscere i costituenti di quel tappo, essi si metteranno automaticamente a evacuarlo molecola dopo molecola.
—Se ho ben capito la parola “impossibile” non fa parte del vocabolario dell’istintonutrizione?
• Certo, come per Napoleone e per Attila. Non so se Napoleone fosse crudista, ma sembra che gli Unni lo fossero al 100%; vengono descritti mentre divoravano conigli crudi senza neanche scendere da cavallo, e i Romani li reputavano invincibili...
Torniamo alle cose serie, cioè questa eterna confusione tra processo di detossinazione e processo morboso. Per il momento la medicina confonde sistematicamente le malattie utili (o “ortopatie”) con le malattie vere e proprie. Non prendendo in considerazione la presenza di molecole anormali all’interno del corpo, è ovvio che essa non potrà porsi il problema. Utilizzando le nozioni basilari di fisica a mia disposizione, proporrei la seguente distinzione: le malattie vere sarebbero quelle che evolvono verso il disordine, le “ortopatie” sarebbero invece quelle che tendono a ristabilire l’ordine.
—Mi sembra logico. Ma non potrebbe accadere che un processo di detossinazione vada per il verso sbagliato?
• Certamente, quando alcuni fattori fanno sì che l’organismo ne perda il controllo, come conseguenza di un apporto esagerato di molecole anormali da parte dell’alimentazione, o di un qualsiasi altro squilibrio. In questo caso, c’è un’evoluzione verso il disordine e si può parlare di malattia. Questo spiega anche perché la pratica rigorosa dell’istintonutrizione svolge un ruolo determinante nell’evoluzione delle malattie più comuni.
—Dicendo questo lei urta delle nozioni che sono ben radicate.
• In condizioni alimentari tradizionali le “ortopatie” evolvono frequentemente verso la perdita del controllo e verso il disordine. Ne risulta che la medicina le confonde con le malattie vere. Questo è probabilmente il più grande errore medico di tutti i tempi: “guarendo” le “ortopatie”, cioè interrompendo questi processi di detossinazione tramite gli antibiotici o le varie terapeutiche, la medicina spinge gli organismi verso un’intossicazione sempre crescente, e quindi verso una recrudescenza delle vere malattie, le quali purtroppo sono incurabili.
Alcune scuole di medicina naturale, all’opposto, sosterrebbero che tutte le malattie sono utili, compreso il cancro. Anche in questo caso si commette un grave errore e si rischia di non intervenire, col pretesto che bisogna lasciar fare alla natura, mentre proprio la natura stessa è in fase di demolizione. Per quanto mi riguarda, io preferisco dire che c’è patologia* ogni qualvolta un processo si chiude con un aumento del disordine: anomalie molecolari, lesioni irreversibili, degenerazioni, tumori...
—Non mi ha ancora detto granché sul cancro, che eppure è stato all’origine della sua battaglia. E’ sicuro di aver avuto un cancro?
• L’ho letto io stesso sulla mia cartella: sarcoma linfoblastico della laringe*.
—E sarebbe guarito con l’istintonutrizione?
• All’inizio sono stato operato e irradiato. Ma le statistiche dell’epoca (era il 1961) mi davano solo il 20% di probabilità di sopravvivere più di cinque anni. Cioè otto probabilità su dieci di tirare le cuoia. Non c’è niente di meglio per far riflettere. Fu infatti in seguito a questo che intrapresi la mia battaglia alimentare. In definitiva, ci sono otto probabilità su dieci che la mia guarigione sia dovuta al cambiamento di alimentazione.
Progressi nella ricerca sul cancro
estratto da Advances in Cancer Research
di George Klein and Sidney Wernhouse, Academic Press, New York, 1980, vol. 32, pp. 329-331
“Prendendo in considerazione i diversi tipi di cancro sia singolarmente che nel loro insieme, oggi abbiamo la prova schiacciante che la loro incidenza varia enormemente sia da paese a paese che nell’ambito dei singoli paesi. Sembra che essun fattore di rischio sia più importante dell’alimentazione e del tipo di regime alimentare.
I vari punti di questo articolo hanno fornito le prove che giustificano l’esclusione dei fattori ambientali, professionali o genetici come contributo importante all’eziologia* di questi cancri.
Mentre lo scienziato sperimentale si preoccupa giustamente di comprendere analiticamente gli esatti indizi epidemiologici ed empirici di cui dispone, i responsabili della salute pubblica non possono non prendere in considerazione certe possibilità di intervento, anche prima che sia stato definito in modo esatto e completo un dettagliato quadro esplicativo meccanicista.
Entro determinati limiti, l’intervento sul piano dietetico sembra offrire un rapporto eccezionalmente favorevole tra rischi e vantaggi, una situazione dalla quale la popolazione avrebbe poco da perdere e probabilmente molto da guadagnare.
Se queste misure venissero adottate, e se i cancri provocati dalle cause professionali e ambientali facilmente evitabili venissero effettivamente eliminati, entreremmo in un’era in cui nessun tipo di cancro rappresenterebbe più la causa primaria di morte nell’uomo”.
Commento: Tra queste misure, l’istintonutrizione e le correzioni alimentari che essa propone sarebbero certamente tra le più efficaci...
—A che cosa sta pensando adesso?
• Sto pensando ad uno dei miei vecchi pazienti (nonostante il termine "paziente" sia improprio, dato che io non faccio altro che insegnare a ciascuno l’ascolto del proprio istinto...). Quell’uomo, un ingegnere idraulico, venne a trovarmi dopo che gli era stato diagnosticato un teratoma trofoblastico* indifferenziato. E’ un genere di cancro che stronca in meno di tre anni e all’epoca nessun caso di sopravvivenza era stato registrato negli annali della medicina. Quel pover’uomo, al quale il medico non aveva detto la verità (o almeno non tutta la verità), preferì fare una chemioterapia e non cambiare nulla delle sue abitudini alimentari. L'anno seguente ritornò con due metastasi* al polmone sinistro. Stavolta si decise a praticare l’istintonutrizione. Come prima cosa questa decisione gli diede una grande quiete morale: ci si sente molto meglio quando si ha l’impressione di fare il giusto, cioè di obbedire alle leggi naturali, è un fattore psicologico importante per la guarigione.
Mese dopo mese, seguivamo le sue radiografie, e le nostre speranze alla fine si realizzarono: le metastasi* scomparvero totalmente. Passò qualche anno; il suo medico, stupefatto, parlò di guarigione spontanea senza neanche degnarsi di chiedergli in che cosa consistesse il suo nuovo regime...
—Avrebbe dovuto rivolgere la sua attenzione a quel caso per farne approfittare gli altri malati!
• Lei è troppo ottimista. Quando un esperto del mestiere si vede sconfessato in questo modo nella sua prognosi, non ha altra risorsa se non quella di rinnegare la diagnosi che aveva formulato: il caduceo della dea medicina deve rimanere sempre intatto...
—Trovo sia scandaloso non dire la verità ai malati: viene tolta loro la possibilità di guarire con strade diverse da quelle della medicina ufficiale.
• Finché la medicina crederà che non c’è salvezza attraverso strade diverse dalla propria, si sentirà non solo il diritto, ma anche il dovere di mentire! C’è persino un articolo del codice di deontologia che vieta al medico di dire la verità al paziente quando questa potrebbe procurargli un qualsiasi danno...
Mi segua bene: la medicina è l’arte di guarire; la verità risulta fatale per l’effetto placebo* e, dato che l’effetto placebo svolge un ruolo importante nella guarigione, l’arte medica consiste necessariamente nel mentire ai malati!
—Ah! Bel sillogismo...
• Ho sempre amato la logica formale.
—E che cosa ne è stato del suo malato di cancro?
• Sembrava che il capitolo della sua malattia fosse definitivamente chiuso.
—Suppongo che i malati che devono a lei la propria vita le giurino eterna riconoscenza. Non teme di diventare alla lunga un nuovo Cristo di Montfavet, un nuovo Padre Pio, o una specie di gùru della salute?
• Non c’è di che preoccuparsi: il più delle volte la gente che salva la propria pelle grazie all’istintonutrizione fa di me il capro espiatorio di quella perdita di cui non riescono a consolarsi, la perdita di tutte quelle stimolazioni orali che rimpiazzavano per loro il seno materno... Anche se consciamente mi sono riconoscenti, inconsciamente molto spesso me ne vogliono. Ma io non mi aspetto una particolare riconoscenza. Ho tratto in salvo me stesso, ho visto alcune cose evidenti, ed è normale che ne faccia approfittare gli altri.
E’ quella che io chiamo pulsione* al proselitismo. Se gettiamo alle galline un pezzetto di carne, la prima che lo trova si mette subito a schiamazzare, cosicché le altre sapranno subito che c’è qualcosa di interessante da cercare nel suo becco. Penso sia per questo motivo che è difficile astenersi dal condividere con gli altri ciò che noi stessi abbiamo scoperto.
—Pensa che il gusto per l’apostolato sia istintivo?
• Gli istinti dell’essere umano sono molto complessi.
Ma le stavo raccontando la storia di questo teratoma per ben altro motivo. Il mio ex-paziente, quando la sua guarigione fu consacrata dagli anni, decise di testimoniare la propria esperienza alla gente: organizzò delle conferenze e fece venire dei giornalisti che pubblicarono un lungo articolo sul quotidiano più letto della Svizzera francofona. Per scrupolo di oggettività, essi andarono anche a chiedere il parere dei migliori oncologi dell’ospedale cantonale di Losanna, lo stesso ospedale in cui io stesso ero stato trattato venti anni prima. Quei "padreterni" dichiararono formalmente che tutto ciò non poteva essere altro che un’impostura, dato che “non c’era alcuna prova che dimostrasse che un particolare cibo avesse un qualsiasi impatto sul cancro”...
—All’inverso, si poteva rispondere che non c’era neanche alcuna prova che escludesse che l’alimentazione “non” avesse alcun impatto su tale malattia!
• Bravo, anche questa è logica formale!
A quanto pare, quei poveri luminari non sapevano che proprio l’anno precedente gli Americani, sempre in anticipo di una lunghezza sugli Europei (e quindi di due lunghezze sugli Svizzeri), avevano pubblicato sui loro annali più ufficiali una constatazione esattamente contraria (traduco letteralmente): “Nessun fattore di rischio per il cancro è verosimilmente più importante dell’alimentazione e del tipo di regime alimentare”. Successivamente questa affermazione fu pubblicata anche in Svizzera nel bollettino medico. Da allora non ho più sentito parlare di quei signori.
—La scienza alla fine ristabilisce sempre la giustizia.
• E’ vero, basta aspettare. Dall’inizio della nostra esperienza ad oggi, un elevato numero di scoperte scientifiche sono venute sistematicamente a confermare le mie ipotesi. Devo ammettere che è confortante.
—Quindi, adesso si sa perché l’alimentazione esercita un’influenza sul cancro?
• Per il momento le statistiche hanno dimostrato solo che c’è un rapporto di causalità, ma ancora non si conosce la natura esatta di questo rapporto. Sono state fatte molte ricerche sul versante delle sostanze cancerogene, ma a mio avviso non è là l’essenziale. E’ indubbio che queste sostanze rovinano il patrimonio genetico della cellula, ma di norma il sistema immunitario dovrebbe riconoscere e distruggere le cellule anormali. Noi fabbrichiamo ogni giorno centinaia di cellule difettose, che fortunatamente vengono eliminate prima di produrre altrettanti tumori. Il problema quindi è sapere perché il sistema immunitario non fa più il suo lavoro.
—Credo di poter indovinare la sua idea: la confusione molecolare causata dall’alimentazione denaturata lo mette nell’impossibilità di intervenire...
• A grandi linee potrebbe essere così. Quando ingeriamo le proteine di un qualsiasi alimento, si suppone che i nostri enzimi digestivi debbano spezzettarle. Tuttavia, affinché i nostri enzimi arrivino alla fine del loro compito, occorre che essi siano adattati a quelle proteine. Se noi ingeriamo alimenti originari, in teoria non ci devono essere problemi, sempre che non vengano superati i limiti quantitativi fissati dall’istinto, altrimenti una parte delle proteine rischia di passare nel sangue senza essere stata completamente digerita, ad esempio sotto forma di pèptidi*.
—Quindi anche un semplice sovraccarico può provocare una situazione anormale.
• Questo sottolinea l’importanza dell’equilibramento istintivo.
Nel caso di alimenti non originari in sé, come il latte animale, ritroviamo pressappoco lo stesso schema: oltre al fatto che il dosaggio istintivo non può avere luogo, questa volta è anche la natura stessa delle proteine a far fallire il lavoro del nostro sistema enzimatico. Alcune proteine sintetizzate dalla mucca o dalla capra rischiano di passare nel sangue conservando la struttura propria di questi mammiferi, quindi estranea all’organismo umano.
Infine, c'è il caso degli alimenti denaturati dalla cucina: alcune proteine scosse dall’agitazione termica, deformate e/o legate ad altri componenti, saranno in grado di resistere all’azione degli enzimi digestivi e di passare nell’organismo conservando le proprie strutture estranee all’organismo.
Spero che non sia troppo complicato!
—No, la seguo ancora abbastanza bene. Queste proteine estranee provocherebbero delle reazioni immunitarie?
• Esattamente: il problema dell'intolleranza al latte è ben conosciuto, soprattutto nei bambini piccoli. Ma queste intolleranze non durano molto a lungo. Dopo un certo tempo l’organismo rinuncia a reagire. Il sistema immunitario entra in quello che gli specialisti chiamano stato di “tolleranza” immunitaria. E’ quello il momento in cui le mamme si rallegrano dicendo: “Ah, finalmente il mio bambino si è abituato al latte”. In realtà, è proprio in quel momento che comincia il pericolo: l’organismo non si difende più e le proteine estranee potranno infiltrarsi dappertutto senza che nulla opponga loro resistenza; andranno a dissolversi nei grassi e a fissarsi alle membrane cellulari; entreranno nel plasma e potranno addirittura rovinare il DNA* nel nucleo.
—Succede quello che mi ha già spiegato nel caso delle molecole alimentari non originarie?
• Il problema qui è un po’ diverso perché queste proteine (e anche altri tipi di macromolecole) si trovano ad avere caratteristiche immunitarie estranee al nostro organismo. In questo caso non si tratta solo di intossicazione, ma di un vero e proprio attacco al sistema di difesa, dal quale dipende la nostra salute in generale.
—La barriera intestinale non è forse impermeabile alle macromolecole?
• Già da molto tempo si sa che essa permette il passaggio di pèptidi* (tronconi di proteine) lunghi quanto basta per diventare antigeni*, cioè per scatenare reazioni del sistema immunitario. E recentemente si è scoperto che essa lascia passare anche molecole molto più grandi. Le cellule intestinali fanno passare piccole sacche di materie alimentari (per endo-eso-citosi), facilmente visibili al microscopio elettronico. Ognuna di queste vescicole contiene migliaia di macromolecole, AGE di ogni tipo (complessi glucidi-proteine) ad esempio, che presentano le caratteristiche antigeniche più imprevedibili. Dato che è stato provato che questi complessi passano nel sangue e che si accumulano nell’organismo, è evidente che in un corpo umano reputato normale gli antigeni alimentari non devono essere poi così rari!
—Eppure la medicina non segnala alcuna particolare anomalia nel funzionamento della maggioranza degli organismi...
• Temo che anche in questo caso essa sia vittima di un errore di interpretazione: dato che fin dalla più tenera età tutti gli organismi vengono invasi dagli stessi antigeni* alimentari, essi entrano tutti pressappoco nello stesso stato di tolleranza, tanto che questa condizione viene ritenuta normale, mentre si parla di intolleranza quando l’organismo reagisce normalmente!
—Riecco il problema del referenziale originario...
• Si ricorda per caso di quando venne inviato il latte nell terzo mondo negli anni ’70? Gli sventurati beneficiari, che non avevano mai consumato latte prima di allora, ebbero tali intolleranze che accusarono gli Americani di averli avvelenati: avevano ragione, ma non si trattava di un veleno aggiunto al latte in polvere; era il latte stesso che provocava i malesseri. Ma, a quanto pare, nessuno ci capì niente...
—E' quello che è successo anche nel caso del latte in polvere, che avrebbe ucciso tanti lattanti nei paesi sottosviluppati?
• Furono accusati i germi contenuti nell’acqua utilizzata dagli africani per preparare i biberon. Ma si fa presto a dire questo, dato che in quei paesi ritroviamo salmonelle* un po' dappertutto, persino sui capezzoli del seno delle mamme più belle!
Meccanismi abituali di assorbimento e di trasporto delle macromolecole nell’intestino,
da “Food Intolerance”, Renjit Kumak Chandra, Elsevier, 1983, pagg. 19/61.
(vedere l'immagine all'inizio dell'articolo)
“L’assorbimento delle macromolecole viene effettuato tramite invaginazione da parte della membrana della cellula (endocitosi). Si formano così piccole vescicole che muovendosi spontaneamente verso l’interno della cellula si inglobano l’una con l’altra andando a formare fagosomi di dimensioni sempre maggiori (…) La maggior parte di queste macromolecole viene digerita dagli enzimi dei lisosomi, ma un piccola quantità di esse resta intatta e viene espulsa negli spazi intercellulari (esocitosi), da dove può raggiungere il sangue e la linfa*.
Oltre a questo trasporto intracellulare, le macromolecole possono anche entrare per via intercellulare, infiltrandosi tra i punti di giuntura che saldano le cellule epiteliali* l’una all’altra”.
Commento 1: Ecco quindi definitivamente invalidata la teoria della non-penetrazione delle molecole estranee. I biochimici sono pregati di prendere nota!
Commento 2: L’introduzione di antigeni* alimentari nell’organismo, e l’installarsi di tolleranze immunitarie dovute alla ripetizione di questo fenomeno, spalancano la strada al cancro e alle malattie autoimmuni*. Gli immunologi sono pregati di preoccuparsi!
Commento 3: Sfortunatamente queste tolleranze si manifestano attraverso l’assenza di intolleranze nei confronti degli alimenti abituali, e per questo motivo vengono considerate dalla medicina come normali: paradossalmente, quindi, il terreno pre-canceroso è quello che tollera meglio l’alimentazione tradizionale. Gli oncologi sono pregati di meditare a lungo su questo punto!
Negli organismi nuovi, il latte provoca intolleranze che possono essere molto gravi. Ad un bambino che abbia avuto un’intolleranza, la legge vieta di fargli riprendere l’alimentazione lattea al di fuori dell’ambiente ospedaliero, perché ciò potrebbe provocarne addirittura la morte (per shock anafilattico). Ma, a lungo termine, è lo stato di tolleranza quello che mi sembra più pericoloso. Nel momento in cui tutto l’organismo è invaso da proteine di tipo “mucca” ogni cellula è in qualche modo contrassegnata da un sigillo estraneo: il corpo non riuscirà più ad uscire da un tale stato di tolleranza senza correre dei pericoli.
—Si verificherebbe l’autodistruzione da parte del sistema immunitario?
• E’ ovvio: se esso si rimette in azione, dato che la sua missione consiste proprio nel distruggere tutto ciò che è estraneo, esso distruggerà automaticamente le cellule contrassegnate dalle molecole estranee. Penso che questo sia proprio ciò che avviene nella maggior parte delle malattie autoimmuni.
—Lei potrebbe aver svelato un mistero...
• Sono stati effettuati dei lavori all’Università di Montpellier per verificare questa teoria nel caso della poliartrite reumatoide*. Oggigiorno questa è la forma più comune e grave di artrite* cronica, sebbene sembra che nell’Antichità essa non esistesse. In questa malattia i globuli bianchi attaccano le cellule delle calotte articolari provocando lesioni, deformazioni e dolori di ogni genere, che conducono lentamente verso la catastrofe. Attualmente nessun trattamento è capace di arrestare l’evoluzione dei sintomi, mentre l’istintonutrizione ha dato risultati concludenti in praticamente tutti i casi.
Anche per il lupus eritematoso sistemico e per il morbo di Parkinson* posso dire che il miracolo ha avuto luogo ogni volta che il malato ha avuto la forza psichica di applicare il metodo senza scappatelle. E’ certo che basta un bicchiere di latte o una fetta di pane integrale per rilanciare tutta la malattia, a causa dell'improvviso apporto di antigeni* alimentari.
I risultati sono stati altrettanto notevoli per tutti i tipi di allergia: asma, rinite stagionale, eczemi, orticarie*, ecc.
—Se sono stati ottenuti risultati concludenti persino in una facoltà di medicina, non capisco perché siano ancora così poco conosciuti...
• Lo saranno presto senz’altro. Il dottor Jean Seignalet di Montpellier, dopo avermi ascoltato nel corso di una conferenza che feci anni fa per un gruppetto di medici, mise in piedi un protocollo di ricerca consistente nel sopprimere dall’alimentazione di alcuni gravi poliartritici, il latte, il grano e tutti i loro derivati. A mio avviso queste sono le fonti più importanti di proteine non originarie. L’istintonutrizione al 100% avrebbe fatto certamente anche meglio, ma i risultati sono stati già abbastanza probanti da provocare reazioni violente da parte di alcuni membri del corpo medico, e ci sono state telefonate da pezzi grossi di Parigi per tentare di soffocare la faccenda.
—Avrebbero dovuto interessarsi! Le autorità hanno una responsabilità di fronte a tutti i malati condannati da questa terribile malattia...
• Anch’io ragionavo in questo modo una volta... Purtroppo, l’esperienza mi ha mostrato che questo senso magnanimo della responsabilità che lei ha evocato funziona soprattutto quando va nella stessa direzione dei propri interessi personali.
Nella “guerra del cotto” che attualmente la medicina conduce contro di me, viene sventolato sempre lo stesso ritornello: è pericoloso che un ciarlatano come me dia false speranze a malati gravemente affetti, perché questi rischierebbero di abbandonare i trattamenti allopatici. Non viene detto, però, che questi trattamenti non offrono alcuna seria speranza, soprattutto nel caso delle malattie incurabili (altrimenti non si chiamerebbero così!). E si finge anche di dimenticare che la pratica di un’alimentazione naturale è perfettamente compatibile con i trattamenti classici.
Dietro a tutto questo si nasconde ben altro, cioè la paura di veder scomparire una clientela indispensabile alla prosperità della medicina! E forse anche la paura che qualcun altro abbia
Intolleranza al lattosio in diverse popolazioni umane
estratto da Biologie Moléculaire et Evolution”, F.J. Ayala, éd. Masson, 1982
“La variabilità della tolleranza al lattosio è un esempio interessante di differenziamento adattativo geografico delle popolazioni umane. La proporzione di adulti che tollerano questo glucide* del latte è più alta nelle popolazioni che utilizzano latte e latticini da millenni. Le popolazioni che tradizionalmente non utilizzano latticini sono intolleranti al lattosio quasi al 100% (secondo Krecchmer, 1972).
(immagine non disponibile)
Commento 1: Questo articolo giunge alla conclusione di un adattamento genetico al latte, senza però menzionare il fenomeno conosciuto dell’assuefazione, né quello della tolleranza immunitaria: nei paesi “lattiferi” i bambini ricevono latte vaccino fin dalla più tenera età, ed è risaputo che la somministrazione regolare di un antigene* può determinare uno stato di tolleranza nei suoi confronti, soprattutto in tenera età (o persino nello stadio fetale attraverso l’organismo materno).
Commento 2: E’ evidente che gli attacchi alle mammelle della mucca turbano in modo inconscio l'efficacia dei ragionamenti scientifici, esattamente come fanno anche gli attacchi alla gastronomia.
scoperto qualcosa di importante, o la vergogna per non aver saputo formulare, malgrado centinaia di miliardi di sovvenzioni sprecati, la questione più elementare: quella dell’inadattamento genetico all’arte culinaria...
—Lei ha toccato un tasto che non bisognava toccare...
• E’ evidente che ho dato molto fastidio. L’istinto rende le persone responsabili per la propria salute: questo è considerato da tutti come cosa buona, ma in questo modo viene spezzata anche quella dipendenza che fa vivere la medicina, i laboratori e l’industria farmaceutica. Ciò che dà veramente fastidio a quei signori non è che io dia false speranze ai malati che essi potrebbero guarire, ma piuttosto che io dia vere speranze ai malati che essi non sono in grado di guarire! Sono diventato mio malgrado il nemico pubblico numero uno.
Ma i fatti sono fatti: su circa cento casi verificati di poliartrite reumatoide*, le remissioni totali furono del 24% per i pazienti con più di un anno di regime, del 41% per quelli con più di due anni di regime e del 67% per quelli con più di tre anni di regime.
—In alcuni casi, comunque, non ha funzionato...
• Attenzione: sopprimendo il grano e il latte si sopprimono solo due classi di alimenti non originari. Nel cibo tradizionale ci sono molte altre possibili fonti di molecole antigeniche che riescono a sfuggire alla vigilanza dei nostri enzimi digestivi, andando così a contrassegnare le nostre cellule. L’istintonutrizione al 100% avrebbe dato probabilmente risultati anche migliori. Ma per il momento gli ambienti ospedalieri non sono maturi per un esperimento di questo tipo. Salvo alcuni casi eccezionali, dare ai malati un cibo crudo al 100% è percepito ancora come aberrante. Vari professori che erano pronti a mettere in piedi un protocollo del genere hanno incontrato una feroce opposizione da parte dei loro colleghi o della loro amministrazione. Dobbiamo essere contenti se abbiamo già al nostro attivo questo esperimento parziale: questa è la prova che vale la pena proseguire la ricerca in questa direzione. Non è poi così male come inizio!
—Direi persino che è veramente straordinario. Avrebbero dovuto contattare subito tutte le persone condannate da questa malattia, o per lo meno i loro medici curanti, non le pare?
• La medicina è come la giustizia, se la prende con tutta calma e non ama assolutamente stravolgere le proprie strutture.
—Sì, ma nel frattempo i malati tirano le cuoia...
• Anche i reclusi in prigione in attesa di giudizio, se è per questo... Le parlo per esperienza.
—Sembra che la giustizia non abbia ancora finito di procurarle noie?
• E probabilmente non finirà mai, ma questo non è obbligatoriamente nocivo per la diffusione delle mie idee. In Francia ormai tutti si ricordano, ad esempio, di una trasmissione televisiva alla fine della quale fui arrestato da nove poliziotti in borghese che si erano introdotti nello studio, perché all’epoca mi era stato vietato di parlare di istintonutrizione in pubblico. Era un grande onore quello che mi faceva la giustizia: sono il primo uomo ad esser stato sbattuto in prigione per aver espresso le proprie opinioni in televisione. Almeno in uno Stato che non sia totalitario.
—E’ stato un vero e proprio attentato alla libertà di espressione di un individuo...
• Questo dimostra almeno una cosa di cui è bene prendere coscienza: noi viviamo senza accorgercene in un regime totalitario: il regime culinario. Non è un regime politico, ma forse è anche peggio...
Le medicine naturali hanno acquistato troppa importanza da qualche anno a questa parte. Bisogna trovare dei capri espiatori per frenare questo movimento. Ma non sono l'unico ad essere stato preso di mira.
E’ interessante vedere come funziona la società quando una pecora esce dal gregge: viene subito trattata come pecora nera.
Bisogna certo ammettere che le mie ipotesi mettono a soqquadro tutto il sistema attuale di valori, perché hanno la pretesa di risalire fino agli errori fondamentali su cui la nostra civiltà prometeica si è costruita.
E’ come in matematica: quando viene modificato un assioma, bisogna ricominciare tutta la teoria.
Credo che occorra fare questo anche per la dietetica, in cui è stata dimenticata una grandezza fondamentale, l’istinto; e anche per la medicina, in cui viene occultata totalmente l’eventualità di un inadattamento genetico all’arte culinaria; ma questo discorso vale anche per ognuna delle strutture stesse della nostra società. La nostra forma di cultura, ad esempio, si è sviluppata nell’ignoranza della funzione originaria dell’istinto amoroso, il quale non riguarda solo la riproduzione. Da molto tempo l’uomo ha dimenticato il significato spirituale della sua sessualità… Ma per stasera credo che questo argomento ci trascinerebbe troppo “lontano”, ed è meglio avere la mente un po’ più lucida per affrontare un nodo gordiano così ingarbugliato come questo...
Cominciamo innanzitutto col prendere coscienza che in materia di salute, punto numero uno, siamo tutti prigionieri di un sistema: un sistema di pensiero e di tabù che ci colpisce fin nel più profondo del nostro inconscio. Talvolta ho l’impressione che i medici non abbiano alcuna voglia di veder guarire i propri malati, e talvolta ho addirittura l’impressione che neanche i malati abbiano voglia sul serio di veder sparire le proprie malattie.
A questo proposito, bisogna che le finisca di raccontare la storia di quel paziente colpito da teratoma*, dichiarato ormai guarito dopo quattro anni di istintonutrizione. Il morale era alle stelle, dato che vincere un cancro di quel tipo rappresentava una vittoria sia per noi che per lo scampato. Ma la parola fine non era stata ancora detta. Alcuni anni dopo, per sua sfortuna, riprese l’alimentazione classica.
—Dopo tutti quegli anni non doveva essere pericoloso.
• La sua ricaduta ebbe inizio con l’acquisto di uva passa essiccata a temperatura troppo elevata (cioè superiore ai 38-40°C). Dato che ne aveva comprata una scorta considerevole, non volle assolutamente ascoltare i miei avvertimenti: anche un solo frutto denaturato che fosse regolarmente presente sulla sua tavola avrebbe sistematicamente ingannato il suo istinto e avrebbe compromesso tutto il sistema. Le mie previsioni non impiegarono molto tempo per realizzarsi. Neanche un anno dopo quest’uomo diceva, a chiunque lo volesse ascoltare, che l’istinto non funzionava. Non c’è alcun dubbio che potesse costatarlo su se stesso: era talmente sovraccaricato di uvetta, che si rivelava bloccato a tutto il resto.
Poi si innamorò di una bellissima donna, che gli pose le sue condizioni: o l’istintonutrizione o l’amore. Credendosi al riparo da qualsiasi pericolo, lo sventurato preferì giungere a un compromesso. Mangiava crudo in pubblico per non nuocere alla sua immagine di testimone, e cotto in privato ogni volta che si trovava con la sua dulcinèa. Ma l’amore non impedì ad un nuovo tumore galoppante di svilupparsi, un sarcoma epidermoide se le mie informazioni sono esatte, che lo colpì al polmone e lo spacciò nel giro di un anno.
—Non fece in tempo a riprendere l’istintonutrizione?
• Malgrado la guarigione spettacolare del suo primo cancro (aveva scritto anche un libro: “Cap sur la vie” - Rotta verso la vita...), questo ragazzo aveva sempre mantenuto una sorta di opposizione contro di me e contro il mio metodo. Come se volesse negare l’importanza del fattore alimentare, egli si era lanciato molto seriamente in quelle che vengono chiamate “metodiche di pensiero positivo”, finendo per persuadersi che il fattore psichico bastasse a scongiurare il male.
—Crede veramente che ci sia un rapporto diretto tra la ripresa dell’alimentazione tradizionale di quest’uomo e la sua ricaduta?
• Questo tipo di rapporti possono essere provati solo tramite studi statistici. Sta alla medicina farlo. Tuttavia, non è assolutamente improbabile, sebbene le teorie mediche in vigore siano incapaci di fornire una spiegazione. Per il momento, i maggiori esponenti del camice bianco fanno di tutto per negare l’influenza dell’alimentazione sulla guarigione del cancro, senza mai neanche essersi presi la briga di stabilire se questa influenza veramente non esiste. In questo campo, è il regno degli opuscoli, della polvere negli occhi, delle affermazioni gratuite. Poco dopo la morte di quest’uomo, l’onorevolissima Lega Svizzera contro il Cancro pubblicò un lungo articolo, in cui questo decesso fu utilizzato come prova dell’inefficacia dell’istintonutrizione, omettendo scrupolosamente di precisare che era stata interrotta molto prima che si verificasse la ricaduta. I giornali a grande tiratura titolavano: “L’istintonutrizione non vale nulla!”: c’era sicuramente qualcosa di rassicurante nel pensare che l’alimentazione non fosse in discussione.
—A dire il vero, non trova inquietante che dopo così tanti anni di alimentazione naturale la ricaduta sia ancora possibile?
• Certo, ciò dovrebbe far sorgere grandi inquietudini, ma attenzione: grandi inquietudini riguardo al pericolo che rappresenta l’alimentazione tradizionale. Sarebbe un errore di ragionamento concludere che l’alimentazione naturale è inefficace. Per definizione, l’istintonutrizione non è nient’altro che l’alimentazione più naturale possibile e se un cancro scompare quando essa viene praticata, questo prova semplicemente che quel cancro era provocato dall’alimentazione ordinaria. Da questo deriva la mia posizione sul problema del cancro: ogni medico dovrebbe raccomandare, oltre alla terapia medica, una correzione radicale dell’alimentazione, con il duplice scopo di prevenire la ricaduta e di favorire la guarigione, andando a sopprimere i fattori alimentari che avevano generato la malattia. Ma, ahimè, molti oncologi non sono ancora assolutamente consci dei danni dell’arte culinaria!
—Comunque, sempre più spesso si sente dire che l’alimentazione può essere all’origine di numerosi tipi di cancro. La scienza va poco a poco nella sua direzione...
• Le statistiche non possono far altro che obbligare i ricercatori a voltar gabbana. Sfortunatamente, ciò che ancora manca è una base teorica che detti alla ricerca una linea di condotta, e sono convinto che il mio postulato dell’inadattamento genetico agli alimenti non originari permetterebbe alla medicina di avanzare molto più velocemente.
—Secondo lei, attraverso quali meccanismi l’alimentazione ordinaria può avere un’influenza sulla probabilità di aver un cancro?
• L’organismo fabbrica ogni giorno circa trecento cellule cancerose a causa di alcuni “incidenti” che avvengono a livello di DNA*, il numero dei quali è forse influenzato da diversi fattori cancerogeni*. Ma il problema principale non è questo, poiché il sistema immunitario ha proprio il compito di riconoscere e di distruggere le cellule anormali. La possibilità che alcune cellule non regolari proliferino sussiste solamente se il sistema immunitario non fa il proprio lavoro. Ebbene, una penetrazione regolare di antigeni* alimentari può determinare lo stato di “tolleranza” immunitaria: i globuli bianchi non riconoscono più certe classi di antigeni; questo fenomeno è ben conosciuto dagli immunologi. Supponga allora che si formi una cellula cancerosa, e che per caso essa presenti antigeni di riconoscimento che corrispondono proprio alla tolleranza che si è installata nell’organismo...
—Antigeni di riconoscimento?
• Una cellula cancerosa, il cui DNA è anormale, produce proteine anormali, le quali permettono al sistema immunitario di riconoscerla, quando tutto va bene.
—Capisco: se queste proteine non vengono riconosciute a causa dello stato di tolleranza generato dagli antigeni alimentari, la cellula cancerosa non verrà distrutta!
• E’ evidente: la presenza di pèptidi* di ogni tipo o di altri antigeni di origine alimentare può seminare il disordine nei nostri meccanismi di difesa in ogni modo possibile e immaginabile.
Le cifre sono molto eloquenti: in un grammo di idrogeno ci sono 6x10²³ atomi. In un grammo di materia alimentare, le cui molecole sono mille volte più pesanti dell’atomo di idrogeno, ci saranno 6x10²°molecole. Nel corpo si contano circa 6x10¹² cellule, quindi se lei ingerisce un grammo di sostanza, avrà cento milioni di molecole per ogni cellula. Mi segue?
—A quest’ora preferisco crederle sulla parola. Le molecole della mia memoria diventano rare dopo mezzanotte...
• Se in questo grammo di sostanza alimentare una molecola su un milione (quello che viene chiamato ppm) è anormale e penetra nell’organismo, avremo già cento molecole per ogni cellula, quanto basta per provocare danni.
Questi non sono altro che ordini di grandezza, ma comunque le cifre rendono questo fenomeno più che plausibile. Bisogna considerare, inoltre, che col tempo si possono accumulare molecole anormali di ogni tipo, ed anche che ogni giorno si assorbe ben più di un grammo di sostanza alimentare, ad esempio 25 grammi di proteine.
Dal punto di vista del sistema immunitario, temo che il margine sia ancora più esiguo. Nei nostri sette litri di sangue in circolazione ci sono circa settemila globuli bianchi per mm³, cioè un totale di cinquanta miliardi di cellule incaricate di garantire la nostra difesa contro gli agenti esterni. Orbene, le sostanze assorbite dall’intestino passano prima di tutto nella linfa*, dove possono andare a interferire con la crescita e l’”apprendimento” dei linfociti*. Successivamente la linfa si riversa nel sangue e qui queste sostanze possono andare a scompigliare il lavoro dei globuli bianchi nel loro insieme. Secondo gli immunologi, ai quali ho parlato di questo problema, sono sufficienti all’incirca mille pèptidi* (o altre molecole antigeniche) per ogni linfocita* per inibirne il funzionamento. Le cifre sono eloquenti: se consideriamo 1 ppm di molecole antigeniche, cioè 6x1014 molecole, divise per 5x10¹º globuli bianchi, abbiamo più di diecimila molecole per ogni globulo bianco (per ogni grammo di materia ingerita)...
—...che basterebbero ad inibire tutti i nostri meccanismi di difesa: è piuttosto inquietante!
• La moltiplicazione delle malattie di origine immunitaria è effettivamente molto inquietante. Non credo che queste stime siano così eccessive. Il ppm (parti per milione) e il ppb (parti per miliardo) sono le unità utilizzate per misurare le concentrazioni debolissime, ad esempio dei residui di pesticidi. Queste cifre non costituiscono assolutamente una prova, ma mostrano semplicemente che il problema non può essere ulteriormente occultato e che per dare una spiegazione al cancro e alle malattie autoimmuni* bisogna andare a cercare sicuramente sul versante dell’inadattamento genetico all’alimentazione quotidiana.
—Ne ha parlato con qualche oncologo?
• Ho provato molte volte, ma coloro che ho contattato mi sono sembrati molto più preoccupati di sostanze cancerogene e di chemioterapie, piuttosto che di problemi di igiene di vita.
—E’ ormai più di un secolo che si cerca e si ricerca facendo esperimenti sul cancro, e tutto sarebbe stato invece così semplice? Per non aver pensato all’alimentazione...
• Oh, ci hanno pensato molto, ma dal punto di vista gastronomico! Sono talmente buone le lasagne...
—Non rigiri il coltello nella piaga!
• E neanche la frittata nella padella, e tutto andrà meglio...
—Allora è vero che lei ha dichiarato guerra al “cotto”...
• Penso piuttosto che sia il “cotto” ad aver dichiarato guerra all’umanità. Una guerra del fuoco, in un certo senso...
—Ha a disposizione fatti concreti che possano confermare la sua teoria sul cancro?
• Le remissioni che ho potuto osservare con l’istintonutrizione. E c’è anche la comparsa del cancro ad esempio nei topi da me allevati con un’alimentazione ricca di grano.
—Pensa veramente che il grano sia così cancerogeno*?
• Penso solo che esso debba contenere alcune proteine anormali, le quali possono provocare, esattamente come quelle del latte, intolleranze e/o tolleranze immunitarie, e quindi aprire la strada al cancro e alle malattie autoimmuni. Ho l’impressione che le cause principali di queste infauste malattie siano il latte (e tutti i suoi derivati), il grano (e tutto ciò in cui esso viene usato, pane, pasta...), la cottura in tutte le sue forme, e i sovraccarichi alimentari in generale. Il disordine molecolare, sia esso qualitativo o quantitativo, genera nell’organismo un disordine immunitario, e tale disordine immunitario si manifesta con il cancro e con le malattie autoimmuni e allergiche. Da mezzo secolo a questa parte sono stati fatti molti progressi nei farmaci, i quali impediscono sempre di più alle malattie supposte infettive di compiere il proprio lavoro, che consiste proprio nel lottare contro questo disordine molecolare. E’ automatico che il cancro e le malattie autoimmuni stiano avendo un successo sempre più vertiginoso!
—Quindi, il progredire della medicina sarebbe la causa del progredire delle malattie gravi?
• Se le malattie da virus e da batteri* sono processi che garantisco l’ordine, bisogna accettare l’idea che la medicina è di per sé cancerogena, poiché l’igiene, gli antibiotici, le vaccinazioni, tutto questo blocca tali processi. Penso che oggi la medicina stia per giungere a una svolta e l’ascesa delle medicine naturali ne è la prova. Se la grande dea non vuole che le cose vadano a finire male per lei, le conviene prendere in considerazione alcune cose evidenti che essa occulta ormai da secoli.
—Una volta si diceva che era importante avere le malattie d’infanzia...
• Oggi invece si vaccina in continuazione senza pensare neanche per un istante che i virus o i microbi potrebbero avere una qualche funzione. E quando un medico cerca di far sentire un altro punto di vista (penso per esempio a quel medico che sosteneva che il tifo* è capace di innescare la guarigione spontanea di alcuni tipi di cancro, il che rispecchia perfettamente la mia tesi), viene fatto passare per eretico o per criminale. La maggior parte dei resoconti dei miei esperimenti sono stati censurati o deformati...
—Sembrerebbe di essere ai tempi dell’Inquisizione!
• In materia di nutrizione e di patologia* stiamo appena uscendo dal Medioevo. Non osiamo rimettere in discussione i nostri tabù. Tutta la ricerca scientifica è stata portata avanti col timore di sconvolgere le tradizioni, come si faceva con l’astronomia ai tempi di Galileo. E’ urgente che tutto ciò cambi in fretta. Ogni anno che si lascia passare, sono decine di milioni di morti che potrebbero essere evitati. E con quello che promette di fare ancora l’AIDS...
—E’ tutto molto bello, ma se il suo metodo si estendesse al mondo intero sarebbe l’esplosione demografica: immagini se tutti vivessero fino a 120 anni...
• Al contrario, l’istintonutrizione permetterebbe di scongiurare definitivamente lo spettro della sovrappopolazione.
—Perché? L'alimentazione originaria rende forse impotenti?
• Un dietologo una volta si è permesso di scrivere una tale idiozia. Senza la benché minima verifica, voglio precisare!
—Parlando seriamente, ci sono cambiamenti anche sul piano sessuale?
• Sopprimendo l’intossicazione culinaria si osservano dei cambiamenti in tutte le funzioni psichiche e istintive. Lei dovrebbe vedere i miei maiali: constaterebbe che non hanno la classica coda a cavatappi. Anzi, la fanno girare come un ventilatore per scacciare le mosche!
—Certo che con l’istintonutrizione non c’è mai fine alle sorprese!
• Occorre cambiare tutti i valori culturali...
—Comunque, non vedo che rapporto ci sia tra la coda dei suoi maiali e il funzionamento della mia psiche, tanto meno della mia sessualità.
• Il maiale è uno degli animali più "simili" all’uomo. Nei suini la coda a cavatappi è un segnale o di angoscia o di eccitazione. I maiali selvatici hanno sempre la coda distesa, a meno che non ci sia un qualche pericolo; questo non deriva solo dal fatto di essere in libertà, poiché i miei maiali hanno sempre la coda distesa anche nei periodi in cui sono rinchiusi.
—E’ veramente una questione di alimentazione?
• Le molecole di origine culinaria che parassìtano il terreno dell'organismo hanno un’influenza anche sul sistema nervoso. Abbiamo già affrontato questo argomento parlando del glutine* e degli esperimenti condotti sui topi e sugli schizofrenici. Il problema, purtroppo, sembra molto più generale. L’intossicazione culinaria è endemica, e nessuno sa come si comporterebbero gli uomini se non avessero la “coda a cavatappi”!
—...?...
• Solo l’esperienza personale può fornire una risposta esauriente a questa domanda. Lei costaterà su sé stesso la scomparsa di ansia, stress, aggressività, timidezza, vertigini, incubi, depressione... tutto quello che intralcia amore, felicità e unità interiore. La più alta aspirazione, conscia o inconscia, di ciascuno di noi non è forse quella di ritrovare nell’amore la fonte di quelle sottili energie che dovrebbero alimentare la parte trascendente del nostro essere? Noi percepiamo chiaramente nel nostro intimo la mancanza di qualcosa che ci permetta di superare la realtà materiale. Da quando Adamo ed Eva hanno mangiato quella maledetta mela...
—Quindi sarebbe stata una mela cotta?
• L’aquila inviata da Zeus per divorare il fegato di Prometeo era il prodotto dell’unione tra Tifone ed Echidna, l’uomo e la donna serpente. E ritroviamo il serpente anche nella Bibbia. Esso potrebbe benissimo rappresentare qualcosa che nella psiche umana, dalla conquista del fuoco in poi, non funziona più in modo normale, in primo luogo nell’amore.
—E lei crede che sarà possibile cambiare tutto questo?
• Cominciamo dall’inizio: mens sana in corpore sano...
FINE
SINOSSI
Gli artifici che hanno permesso all’uomo di trasformare il proprio cibo possono essere suddivisi in cinque classi:
La denaturazione meccanica: mescolamento, condimento, sovrapposizione, estrazione, triturazione, spremitura, frullatura, ecc.
La denaturazione termica: ogni tipo di cottura, essiccazione a caldo, congelamento, surgelazione, irradiazione, sterilizzazione dei terreni, riscaldamento dei fertilizzanti, ecc.
La selezione artificiale, ed alcune tecniche di coltivazione o di allevamento.
L’uso del latte animale e dei suoi derivati.
L’uso della chimica: concimi, pesticidi, additivi, prodotti di sintesi*, medicinali, ecc.
Diremo che un alimento è “originario” per una data specie se esso è compreso nella gamma alimentare naturale di quella specie e se non rientra in nessuna delle classi di artifici sopra indicate.
Per effetto della selezione naturale, ciascuna specie animale si adatta alle caratteristiche del proprio biòtopo* e, di conseguenza, agli alimenti che vi può consumare allo stato originario. Un cambiamento della natura o della presentazione o della struttura chimica degli alimenti disponibili può rendere necessario un nuovo processo di adattamento.
Il patrimonio genetico varia molto lentamente nel corso del tempo (è stato osservato un tasso di mutazione* dell’1% nell’arco di periodi che possono variare da un milione e un miliardo di anni).
Per quanto riguarda l’alimentazione umana, i primi rudimenti dell’arte culinaria risalgono al massimo a due milioni di anni fa (data della comparsa dei primi utensili), l’addomesticamento del fuoco e quindi la cottura regolare risalgono forse a quattrocentomila anni fa, mentre la cucina propriamente detta, con l’utilizzo dei cereali e del latte animale, risale a meno di diecimila anni fa. Per ciascun tipo di artificio culinario, quindi, è il caso di chiedersi:
se un adattamento genetico fosse necessario,
se un tale adattamento fosse possibile,
se esso abbia avuto il tempo di compiersi.
Nell’ambito di un regime costituito esclusivamente di alimenti originari, si osserva la rimessa in funzione di un istinto alimentare estremamente preciso, che si esprime principalmente tramite variazioni delle percezioni olfattive e gustative.
L’esperienza permette, quindi, di enunciare la legge dell’istinto alimentare: tutti gli alimenti originari utili all’organismo sono attraenti per l’odorato e per il gusto.
Tale legge può essere dedotta direttamente dalle leggi dell’Evoluzione: un animale che, in natura, fosse spinto dai propri sensi a consumare piante tossiche o ad equilibrare in modo scorretto la propria alimentazione, sarebbe posto in uno stato di inferiorità e sarebbe eliminato dalla selezione naturale. Devono, quindi, esistere nell’animale alcuni meccanismi che modificano la percezione olfattiva e gustativa in funzione dei deficit metabolici.
Questi meccanismi, detti “alliestesici”, si sono perfezionati nel corso di tempi biologici, al pari di qualsiasi altra funzione vitale. Li ritroviamo anche nell’uomo: le sensazioni di fame, di soddisfazione, di replezione e di disgusto costituiscono l’essenza dell’istinto alimentare e sono programmati geneticamente come qualsiasi altro istinto.
Bisogna considerare, però, che l’evoluzione ha avuto luogo principalmente a contatto con gli alimenti originari: non bisogna meravigliarsi, quindi, se i meccanismi istintivi vengono dirottati dagli alimenti trasformati (non originari), ai quali la nostra genetica non ha avuto il tempo di adattarsi.
L’esistenza di una programmazione innata dell’istinto alimentare si può verificare, per esempio, con i neonati, i quali sono in grado fin dai primi istanti di vita di selezionare e dosare correttamente il proprio cibo, ancor prima che sopraggiunga l’apprendimento.
Un alimento utile può diventare inutile o nocivo durante il consumo, cioè quando il bisogno dell’organismo risulta coperto: si osserva, infatti, che il suo sapore cambia bruscamente e che compaiono varie sensazioni sgradevoli che tendono a farlo respingere (sapore acido, acre, pungente, bruciante, amaro, troppo dolce, troppo salato; consistenza asciutta, pastosa, secca, appiccicosa, ecc.) e che costituiscono quello che noi chiamiamo “arresto istintivo”.
L’odorato e il gusto non sono sensi uguali gli altri: sono l’espressione dell’istinto alimentare, come dimostrano le strutture neurofisiologiche del bulbo olfattivo e dell’ipotalamo*, le quali permettono di controllare l’influsso nervoso trasmesso alla corteccia in funzione dello stato del metabolismo.
Via via che l’organismo si sbarazza dei sovraccarichi e delle perturbazioni metaboliche generate dall’alimentazione tradizionale, i vari richiami istintivi diventano sempre più chiari e intensi.
Si scoprono così i sapori originari degli alimenti della natura, nettamente più ricchi e gratificanti di quelli della gastronomia culinaria.
Dal punto di vista antropologico, l’arte culinaria può essere considerata come il risultato di una specie di corto circuito tra intelligenza e istinto: l’intelligenza, infatti, permette di trasformare gli alimenti naturali per ottenere piacere a volontà, ma in questo modo l’istinto viene tratto in inganno. Il piacere acquisito tramite l’artificio prende alla sprovvista il programma genetico del sistema nervoso ed è, quindi, un’ illusione dei sensi. Esso apporta all’organismo un progressivo sovraccarico, il quale fa diminuire poco a poco il livello di godimento, e ciò è in contraddizione con lo scopo che si vuole raggiungere. Questo sovraccarico rende sgradevoli soprattutto gli alimenti originari (coi quali i meccanismi gustativi funzionano correttamente), tanto che alla fine il piacere può essere raggiunto solo con gli alimenti cucinati: la cucina, quindi, può essere considerata come una specie di trappola nella quale l’umanità sarebbe caduta in seguito allo sviluppo dell’intelligenza concettuale.
Nella natura originaria, tutto ciò che è buono per il palato lo è anche per il corpo, e tutto ciò che non è buono per il corpo non lo è neanche per il palato. Basta lasciarsi andare alle attrazioni naturali, poiché il piacere porta a ciò che è giusto: questa è la legge del piacere, immediata conseguenza del funzionamento dell’istinto, il quale deriva esso stesso dalle leggi dell’evoluzione.
Tramite l’artificio culinario, è possibile rendere buono per il palato ciò che è cattivo per il corpo: il piacere, in questo caso, conduce all’errore. E’ necessario, in questo caso, stabilire delle regole e intervenire con la volontà per limitare gli squilibri. E’ proprio ciò che si osserva con i disordini dovuti all’alimentazione ordinaria (obesità, malattie cardiovascolari, ecc.) e con l’importanza che rivestono sempre di più la dietetica, i regimi alimentari, il digiuno, ecc.
E’ da notare che con l’alimento originario la golosità non esiste più: non possono esserci contemporaneamente piacere e nocività (se l’alimento è buono, è anche utile; se esso è nocivo, è anche sgradevole).
Prendendo in considerazione l’istinto alimentare si apporta una soluzione fondamentale al problema della dietetica. Invece di stimare i bisogni dell’organismo dall’esterno (il che implica una diagnosi che rischierà di intoppare nella complessità del fenomeno nutrizionale e nella variabilità dei bisogni), è sufficiente obbedire al piacere olfattivo e gustativo e alla sensazione di benessere, espressioni dei meccanismi istintivi che manifestano direttamente i bisogni reali del corpo e le loro imprevedibili variazioni, talvolta in numero e in proporzioni sorprendenti.
E’ da notare che l’istintonutrizione non è una dieta: non comporta alcuna costrizione né alcuna proibizione; essa consiste semplicemente nel sopprimere gli artifici capaci di eludere i meccanismi istintivi o di dare problemi di ordine metabolico.
Gli alimenti non originari introducono nell’organismo delle molecole che non esistono negli alimenti originari e alle quali gli enzimi* programmati dal codice genetico non hanno motivo di essere adattati. Queste “molecole non originarie”* possono risultare da reazioni chimiche inerenti alla preparazione culinaria, o essere apportate da alimenti che non facevano parte della gamma alimentare primitiva (come il latte animale). Alcune di esse non potranno essere metabolizzate normalmente e si accumuleranno nell’organismo, provocando una lenta intossicazione culinaria.
Le troveremo nelle masse circolanti (sangue, linfa*), immagazzinate nei vacuoli cellulari o nelle zone interstiziali (amilosio), nell’adipe, o addirittura integrate alle strutture cellulari e tissulari (membrane, collagene, dentina, ecc.).
Gli studi attuali sul metabolismo non hanno ancora preso in considerazione queste molecole anormali, le cui trasformazioni costituiscono una specie di metabolismo paradossale, non previsto dal codice genetico, o “parabolismo”. Abbiamo però motivo di temere che una tale “intossicazione” culinaria possa provocare disturbi di funzionamento che costituiscono la causa parziale o totale di numerose malattie.
Si definirebbe, in questo modo, una “patologia* molecolare” di origine alimentare.
Per provocare gravi disturbi possono bastare quantità piccolissime di sostanze parassite; per questo motivo non sarà necessariamente facile individuare queste molecole non originarie*, implicate in tutti i meccanismi vitali. Di fronte all’oscurità che regna in questo campo, è stato possibile rimediare alla mancanza di mezzi analitici ricorrendo all’osservazione empirica e, in particolar modo, al senso dell’odorato. L’esperienza dimostra, infatti, che qualsiasi sostanza che abbandona l’organismo emanando un odore anormale rivela l'esistenza di un processo patologico.
Tutta la medicina si è edificata senza tenere conto della presenza di sostanze parassite di origine culinaria nell’organismo. E’ opportuno, quindi, riconsiderare il significato delle malattie nel loro complesso in funzione di questo postulato, il quale dà una causa precisa all’alterazione del terreno.
In virtù del principio dell’omeostàsi* (la tendenza dell’organismo a ristabilire spontaneamente il proprio equilibrio e la propria integrità), ci si può aspettare che esistano dei processi destinati ad eliminare almeno una parte delle molecole non originarie*. Tali processi si accompagnano a vari sintomi che la medicina, ignorando la presenza di molecole estranee di origine culinaria, scambia per sintomi morbosi. Bisogna, perciò, aspettarsi di trovare nel complesso delle malattie, un certo numero di “malattie utili” o processi di “detossinazione”* (o ancora “ortopatie”), destinati in realtà a ristabilire la salute.
L’esperienza sembra mostrare che la maggior parte delle malattie dette infettive sono di per sé delle “ortopatie”. E’ necessario, quindi, rimettere in discussione la concezione di virus e di batterio*, che non potranno più essere considerati a priori come degli agenti patogeni. Il virus apporta alla cellula un frammento di DNA* o di RNA*, che sembra intervenire come una specie di complemento del programma genetico che le permette di eliminare varie classi di molecole non originarie*.
Il batterio, invece, sembra essere utilizzato dall’organismo (che ne controlla perfettamente la moltiplicazione in condizioni alimentari adeguate) allo scopo di disporre, per “interposta persona”, di enzimi* in grado di degradare certe molecole non originarie o i loro metabolìti*, ai quali gli enzimi dell’organismo non sono adattati.
Abbiamo motivo di riconsiderare l’interpretazione medica di diversi fenomeni, il cui significato emerge in modo più chiaro partendo dal postulato della presenza di materie estranee nell’organismo. In particolar modo:
Il catarro delle mucose, che permette di evacuare materie anormali con l’espediente del muco.
La diarrea o catarro intestinale, che mette a profitto l’importante superficie della mucosa intestinale.
Le eruzioni, che fanno evacuare diverse materie sotto forma liquida o solida.
L’infiammazione, uno degli effetti della quale è quello di permettere ai globuli bianchi di attraversare le pareti dilatate dei capillari per andare ad effettuare il lavoro di pulitura dei tessuti (diapedèsi*).
La febbre, che si può dire non si verifichi mai in organismi non inquinati da molecole estranee, delle quali può facilitare l’eliminazione.
Gli ascessi, che si rivelano ugualmente in stretto rapporto con la presenza di disordine molecolare, come anche altre fuoriuscite di materie quali il sudore, gli essudati, il vomito, il cerume, ecc.… che possono espellere delle molecole indesiderate.
L’organismo dispone di un sistema di difesa destinato a riconoscere e a distruggere le cellule e le molecole estranee, chiamato sistema immunitario*, i cui agenti principali sono i globuli bianchi. Questo sistema, indispensabile al mantenimento dell’integrità dell’organismo, è esso stesso adattato geneticamente, in primo luogo, agli elementi estranei che poteva fornire l’ambiente originario. Non è, quindi, necessariamente in grado di reagire correttamente di fronte a delle molecole non originarie*. Se il sistema immunitario è sollecitato troppo regolarmente da un qualsiasi tipo di molecole estranee, o antigeni* alimentari, può entrare in uno stato di tolleranza immunitaria.
Pertanto, l’organismo si lascerà invadere da tali molecole estranee e dai loro derivati, che andranno a minare il terreno in profondità, introducendosi nelle cellule, fissandosi sulle membrane, ecc.. Se compare, allora, accidentalmente, una cellula cancerosa, può accadere che le molecole della sua membrana che dovrebbero essere riconosciute dal sistema immunitario, entrino per caso nella classe delle molecole tollerate, dimodoché la cellula non sarà né riconosciuta né distrutta e darà origine ad un cancro.
Questa teoria permette, allo stesso tempo, di spiegare le allergie: quando i tessuti avranno lasciato accumulare molecole estranee di origine alimentare, basterà un fattore apparentemente insignificante (un granello di polline, di polvere, un farmaco, ecc.) per provocare un’uscita dalla tolleranza più o meno estesa, che si manifesterà con un’infiammazione sproporzionata.
La presenza di molecole estranee di origine alimentare, accumulatesi col favore di uno stato di tolleranza, apporta uno schema esplicativo fondamentale per le malattie dette autoimmuni*: non appena il sistema immunitario riuscirà ad uscire dalla tolleranza, distruggerà le cellule contrassegnate da tali antigeni alimentari, come se si trattasse di cellule estranee. Si spiegano così non solo l’arteriosclerosi*, causa principale di mortalità, e le malattie autoimmuni come la poliartrite reumatoide*, il lupus eritematoso sistemico…, ma anche l’invecchiamento prematuro degli organi e la diminuzione della longevità.
In linea di massima, la salute non sarà più caratterizzata dall’assenza di malattie, ma, al contrario, dalla capacità dell’organismo di reagire contro le materie estranee, cioè, quindi, dalla presenza di “malattie utili” fintantoché durerà la detossinazione*. Grazie alla regolazione istintiva delle razioni alimentari, i sintomi resteranno insignificanti (organi "silenziosi") o perlomeno senza gravità (reversibilità).
L’esperienza mostra che la detossinazione si effettua ad una velocità che è dello stesso ordine di quella dell’intossicazione. Il miglioramento dello stato generale, o la scomparsa dei sintomi in caso di malattia, cominciano non appena il tasso d’intossicazione passa al disotto di certe soglie critiche. Ne consegue che le “malattie utili” guariscono spesso in qualche giorno, mentre i processi di detossicazione* si protraggono (sotto forma frusta se il bilanciamento alimentare è corretto) fino alla completa evacuazione delle materie estranee. Le malattie vere necessitano di più tempo, ma guariscono il più sovente relativamente in fretta, man mano che l’organismo ripara i danni, sempre che questi siano reversibili.
Si verificano anche significativi miglioramenti con le malattie genetiche, dato che, se non ci sono disordini molecolari, l’organismo può controllare più facilmente le proprie funzioni vitali.
Una perdita di peso rivelerà l’eliminazione delle materie estranee o, se si commettono errori, una perdita di materie utili (riserve, citolisi*, disidratazione). Il passaggio all’istintonutrizione si accompagna generalmente a un calo di peso dovuto alla diminuzione della ritenzione idrica causata dal sale da cucina (circa un chilogrammo) e all’evacuazione di sostanze indesiderabili accumulatesi sotto l’effetto dell’alimentazione anteriore. Successivamente si assiste alla costituzione di una muscolatura migliore, con netti segni di ringiovanimento.
Le molecole anormali presenti nel sangue possono, allo stesso modo, perturbare il funzionamento dei neuroni* e delle sinapsi*, sia inibendole che aumentandone l’eccitabilità. Gli influssi nervosi, anormalmente amplificati, potranno generare stati di inibizione o di auto-eccitazione, che modificano l’equilibrio psichico in tutte le sue componenti e a tutti i livelli, dalla semplice tendenza ossessiva fino alla schizofrenia*. Con l’istintonutrizione, in effetti, si constata una progressiva diminuzione dello stato di angoscia, di stress, di aggressività, come pure la scomparsa delle insonnie, dei sogni agitati, dei tic, ecc.. In particolare, l’istinto sessuale non è più parassitato da alcuna eccitazione endogena e tende a riprendere spontaneamente la sua funzione originaria, cioè quella di favorire lo scambio e l’accrescimento delle sottili energie coinvolte nello sviluppo della dimensione metapsichica dell’essere. Queste osservazioni inducono a riconsiderare il complesso della psicanalisi e della questione dell’amore in rapporto con l’extrasensoriale e lo spirituale, allo scopo di ristabilire l’unità primordiale tra corpo e spirito.
COL “CRUDO” NON SI SCHERZA!
La lettura di questo libro può avervi dato l’impressione che la pratica dell’istintonutrizione sia una cosa facile. Mangiare in modo naturale e seguire il proprio piacere, cosa c’è di più semplice e spontaneo!
L’esperienza ci mostra, invece, che la riattivazione dell’istinto alimentare necessita di un certo numero di precauzioni e di regole che non si possono improvvisare dall’oggi al domani. I pionieri dell’istintonutrizione hanno essi stessi brancolato per anni prima di capire e padroneggiare i principali meccanismi che intervengono nella regolazione nutrizionale.
Non bisogna dimenticare che tutti noi abbiamo abituato fin dalla più tenera infanzia il nostro corpo e il nostro tubo digerente, ad alimenti denaturati, con i quali i fenomeni alliestesici* non si verificano: il sapore di un biberon di latte zuccherato o di una pappa ai cereali non cambia in modo significativo nel corso della consumazione. Questo significa che noi abbiamo fissato negli strati più profondi della nostra psiche l’immagine di un corpo senza istinto alimentare!
Rimane il senso del disgusto; tuttavia, i prodotti che sembrano più ripugnanti possono essere sia quelli più attivi per la detossinazione dell’organismo, che quelli che arrecherebbero un danno. La distinzione non è facile da fare, è impossibile sapere a priori se un disturbo che si osserva derivi da un errore di pratica o da una reazione di detossinazione voluta dal corpo.
Quasi quarant’anni di esperienza ci hanno mostrato che è pericoloso lanciarsi in una pratica alimentare così radicalmente diversa senza una sufficiente preparazione e un adeguato inquadramento.
Non si scherza con il crudo!: i primi passi nell’istintonutrizione non devono essere fatti da soli. Fidarsi dell’istinto è una cosa meravigliosa, sempre che però l’istinto non sia messo fuori uso da una causa qualsiasi, anche una sola, altrimenti è la rovina totale.
E’ quindi indispensabile saper riconoscere ed evitare tutte le cause che possono falsare il funzionamento dell’istinto. Questo presuppone una sufficiente formazione teorica e pratica. Nei primi tempi bisogna essere guidati, sostenuti e consigliati da una persona che abbia un'adeguata esperienza, e bisogna creare intorno a sé l’ambiente adeguato.
Scoprite il vostro istinto!
Invece di imbarcarvi subito in una pratica rischiosa, vi propongo un piccolo esercizio per niente difficile che vi convincerà, per cominciare, dell’esistenza più che reale dell’alliestesia* gustativa nel vostro palato (alliestesia = cambiamento di gusto).
Comprate un chilo di frutta a vostra scelta tra ananas, kiwi, fragole e fichi (questi frutti hanno un arresto istintivo particolarmente netto), scegliendo il frutto con l’odore che vi sembrerà più gradevole e che vi stimolerà maggiormente la salivazione. Attenzione a non farvi ingannare dall’intensità dell’odore: molti alimenti possono emanare un odore molto forte, ma se non c’è alcun riflesso di salivazione, il vostro corpo non sarà in grado di digerirlo.
Scegliete frutta matura e, se possibile, di coltivazione biologica.
A cena del giorno precedente: non cambiate niente del vostro menu abituale, ma non forzate le razioni; alzatevi da tavola con ancora un po’ di fame (e non ingerite più nulla fino al “test alliestesico” del giorno successivo).
A colazione, o ancora meglio a pranzo (saltando la colazione): mettete in tavola il chilo di frutta che avete comprato, senza nessuna preparazione.
Mangiate alcuni bocconi di questo frutto, masticando sufficientemente, con calma, senza interrompere l’operazione per distrarsi o mangiare qualcos’altro.
Osservate cosa succede a livello del vostro palato e del vostro stomaco.
Ad un certo punto si presenteranno due possibilità:
- o sentirete nascere un’impressione di pienezza nel vostro stomaco (replezione), e non potrete
andare fino in fondo col vostro esperimento;
oppure constaterete che il gusto del frutto cambia bruscamente, dopo un certo numero di bocconi; il sapore dolce e fruttato diventa sgradevole: scipito, acido, amaro, acre, aspro, troppo dolce, ecc.
In teoria, in tutti e due i casi dovreste sputare immediatamente il boccone che state masticando e terminare il pasto.
Continuate, invece, con qualche altro boccone: sentirete questa componente sgradevole
intensificarsi, al punto tale da infiammarvi la bocca.
Non sarà molto gradevole, ma almeno vi sarete convinti che l’alliestesia* gustativa è una realtà concreta! Non andate però oltre, altrimenti rischiate di conservare la sensazione di bruciore e di non poter mandar giù più niente per tutto il giorno!
L’arresto istintivo potrebbe manifestarsi anche in altri modi più indiretti: vampate di calore, singhiozzo, crampi di stomaco, bruciore di stomaco, scoppi di tosse, ecc.…
Può accadere che il frutto che avete scelto vi sembri sgradevole o addirittura insopportabile fin dal
primo boccone. Questo può significare che i bisogni del vostro organismo sono cambiati dal
momento in cui avete scelto il frutto durante l’acquisto, oppure che non siete più in grado di digerirlo, oppure che non l’avete scelto con il vostro odorato. Molti fattori, infatti, potrebbero prevalere sulle sensazioni olfattive: le sensazioni visive o tattili (che contrariamente a quanto molti pensano non fanno parte dell’istinto alimentare); il pregiudizio verso un determinato alimento per il quale avete sempre avuto una profonda avversione (magari perché siete stati costretti a mangiarlo quando non ne avevate bisogno); la speranza che quello che è stato il vostro alimento preferito fino a quel momento possa continuare ad esserlo; le considerazioni riguardanti il portafoglio…
Precisiamo che la pratica dell’istintonutrizione non ha niente a che fare con l’esperimento appena descritto, il quale di prefigge di far comparire la massima avversione al fine di esplorare i meccanismi dell’istinto. La pratica dell’istintonutrizione, al contrario, consiste nel far comparire il massimo piacere; dato che il piacere segnala il richiamo istintivo, il massimo richiamo corrisponderà all’alimento più adatto al bisogno, quindi anche alla massima salute e al massimo benessere. Quando questo piacere “luminoso” viene raggiunto, le sensazioni postprandiali sono di tutt’altra natura: estasi, profonda soddisfazione, leggerezza, lucidità e un gradevole retrogusto che persiste fino al pasto successivo.
CHE SI MANGIA?
Sembra che la nostra programmazione genetica sia passata attraverso molte avventure, tanto che l’uomo è adattato praticamente a tutti gli alimenti originari, qualunque sia la loro provenienza.
Prendiamo l’esempio del miele: ad una prima riflessione, si potrebbe credere che l’uomo non ne abbia mai mangiato in natura, dato che apparentemente egli ha bisogno di artifici per procurarselo. Tuttavia, in primo luogo noi discendiamo dai primati e dai roditori, i quali sono voracissimi di miele (protetti dai loro lunghi peli, essi fanno spesso razzia degli alveari di notte quando le api non reagiscono molto) e quindi abbiamo ancora i loro patrimonio genetico. C’è da considerare, inoltre, che le api tropicali sono molto meno aggressive delle loro cugine europee e si lasciano portare via il miele senza reagire se l’alveare è pieno e se il tempo è assolato. Comunque, nel quadro dell’istintonutrizione le punture delle api, pur dando dolore sul momento, non provocano assolutamente le infiammazioni e i gonfiori che noi siamo abituati a vedere.
Prendiamo ora un altro esempio: il pesce di alto mare, al quale il nostro istinto e il nostro metabolismo sembrano essere perfettamente adattati nonostante né i primati né i roditori ne abbiano mai potuto mangiare. In effetti, il patrimonio genetico può trasmettere, senza rilevanti variazioni, informazioni che risalgono a tempi molto, molto antichi. Ricordiamoci, infatti, che noi discendiamo anche dai pesci, noi “eravamo” dei pesci, che mangiavano altri pesci, e abbiamo verosimilmente conservato tutti gli enzimi* necessari.
La lista degli alimenti che viene data qui di seguito non può essere completa, date le migliaia di specie vegetali e animali che possono essere consumate. Essa comunque ci è utile sia per mostrare che la tavola originaria non ha nulla di ascetico, sia per riunire i diversi alimenti in sei gruppi, al fine di rendere più facile la spiegazione di quelle poche regole che bisogna rispettare per portare avanti un primo esperimento.
I paragrafi, le parentesi tonde e le parentesi quadre indicano l’appartenenza allo stesso raggruppamento tassonomico. Affinché si possa sempre essere sicuri di riuscire a soddisfare i propri bisogni, bisogna costantemente verificare che gli alimenti che compongono il nostro assortimento quotidiano appartengano al maggior numero di famiglie, perché ognuna di esse contiene sostanze che le altre non contengono.
Gruppo 1
1A (Ortaggi)
[(Cavolo cappuccio bianco o rosso, Verza/Verzotto/Cavolo di Milano, Cavolo nero toscano, Cavolini di Bruxelles, Cavolfiore bianco o romanesco, Broccolo calabrese/siciliano, Cavolo rapa verde o rosso), (Rapa, Cime di rapa/Broccoletti, Pe Tsai/Cavolo cinese, Pak Choi/Bok Choi/Cavolo sedano), Navone/Rutabaga], [(Ravanello, Ramolaccio bianco/Daikon o nero), Cren/Barbaforte/Rafano tedesco], Crescione d'acqua/delle fontane, Crescione comune/inglese/d'orto/Agretto/Agrettone, Crescione dei prati, Rucola/Ruchetta, Barbarea/Erba di S.Barbara, Cavolo marittimo/Sedano di mare
(Carota, Zanahoria/Carota violetta), (Sedano, Sedano rapa/di Verona), (Prezzemolo liscio o riccio, Radice di prezzemolo/Prezzemolo di Amburgo), (Finocchio romanesco, mantovano, napoletano, Finocchietto selvatico), Pastinaca, Cerfoglio, Aneto, Coriandolo, Levistico/Sedano di montagna, Macerone
(Indìvia belga/Cicoria di Bruxelles, Cicoria selvatica, Catalogna, Puntarelle di Catalogna, Cicoria Pan di Zucchero, Cicorino/Cicoria da taglio, Radicchio rosso di Treviso o Chioggia, Radicchio bianco, Radicchio variegato di Castelfranco, Indìvia riccia, Indìvia scaròla), Radici amare (Scorzonera, Scorzobianca/Barba di becco), Taràssaco/Dente di leone, Lattuga (cappuccina, romana, crespa/gentilina, rossa, riccia, iceberg/brasiliana, lollo, foglia di quercia, lattughino biondo), Crespigno/Cicerbita, Dragoncello/Estragone, [Carciofo (violetto, romanesco/mammola, spinoso), Cardo], Topinambur
[Zucca (mantovana/marina, di Chioggia, di Napoli, violina, trombetta, a turbante, barucca, “Spaghetti”, “ButterNut”, Hokkaido/giapponese, moscata/torta), Zucchina (Verde/di Milano, Gialla/Striata/Romanesca, Genovese, Tonda)], (Cetriolo, Cetriolino, Tortarello, Carosello), Zucchina centenaria/Chayote, Zucchina serpente/siciliana
(Bietole da coste, Biete erbette/da taglio, Barbabietola rossa), Spinaci e Spinacino, Rìscolo/Ròscano/Agretti/Barba di frate
(Patata, Melanzana), (Peperone verde rosso o giallo, Peperoncini), Pomodoro [varietà comuni (tonde, a pera, a goccia, a uovo, a ciliegia), varietà speciali come Principe Borghese, Corbarino/Faino/Tondino, Camone Sardo, Cuore di Bue, Nero di Crimea, Russo, varietà allungate (San Marzano originario, Cornuto/Andino), varietà costolute (genovese, fiorentino, di Pachino, Rosa di Berna, Marmande, Pantano, Muchomiel di Valencia), varietà gialle, verde zebrato…], Tamarillo/Pomodoro arboreo
Basilico, Menta, Timo, Maggiorana, Origano, Santoreggia, Rosmarino, Salvia, Melissa
[Cipolla (bianca, rossa, dorata, Cipollotto fresco, Cipolline), Scalogno, Cipolletta/Cipolla d'inverno, Aglio (bianco, rosa), Porro, Erba cipollina], Cipollaccio/Lampascione, Asparago (bianco o verde)
Valerianella/Dolcetta/Songino/Lattughella, Radice amara di songino • Portulaca/Porcellana • Patata dolce/americana (bianca o rosa)
Taro, Colocasia • Sagittaria • Castagna d’acqua • Cappuccina/Nasturzio
Gruppo 2
2A (Frutta)
[Arancia bionda (Ovale/Calabrese, Valencia, Belladonna, Jaffa, dolce-tropicale), Arancia ombellicata (Washington, brasiliana, Navelate, Navelina, Newhall), Arancia sanguigna o semi-sanguigna (Moro, Sanguinello, Tarocco)], Arancia amara (Cedrangola, Melangolo dolce, Bergamotto, Chinotto), Mandarini (Avana, Tardivo di Ciaculli, Satsuma, Tangerino, verde-tropicale), Limone, Limone dolce-tropicale, Limetta mediterranea, Lime, Cedro dolce, Pomelo/Pummelo/Pampaleone, Pompelmo (bianco, rosa, dolce-tropicale), ibridi di mandarino [Mandaranci/Tangor (es. Ortanique), Clementine (es. Clemenûles), Tàngelo (Mapo, Ugli, Minneola)…], Mandarino cinese/Kumquat, Limequat, [Sapota Blanco]
Litchi, Rambutan, Longan
[Mango (varietà selvatiche piccole e fibrose es. Seiny, Madu; varietà di derivazione indiana a forma di cuore es. Lippens, Zill, Hayden, Tommy Atkins, Alphonso; varietà di derivazione filippino-indocinese a forma allungata e appiattita es. Choke Anan, Nam Dok Mai, Manila, Emeralda, Golek), Kweni/Kuini, Wani], (Ciruela, Ambarella/Prugna di Citera), (Gandaria), Marula
[Albicocca, (Pesca a polpa bianca o gialla, Pesca noce, Pesca piatta/saturnina/platicarpa, Pesca sanguigna, Percocca/Pesca cotogna, Nettarina a polpa bianca o gialla), Ciliegia dolce (Tenerina/Bigarreau, Durone nero o rosso, Ferrovia), Ciliegia acidula (Vìsciola, Amarena, Agriotta, Marasca), Ciliegia selvatica, Ciliegia tropicale/Capulin, Mirabolana, Prùgnola, Prugna/Susina (varietà europee lunghe come Stanley; varietà europee tonde come Regina Claudia; varietà cino-giapponesi come Shiro, Sangue di Drago, Goccia d’Oro, Santa Rosa; altre varietà come Damascena, Mirabella)]
Bacca di rosa canina/di macchia, (Mora, Lampone), Fragola selvatica, Fragole coltivate (dure o morbide)
Mela (varietà commerciali; varietà rustiche come Limoncella, Annurca, Calvilla, Abbondanza, Sassa, Belfiore, Api/Appiola, dell'Etna, Rosa, Diacciata/Gelata, Renetta Grigia, Decio, Magnana, Runsè, Gambafina, Zeuka, Pomella, Campanino, Boskoop, Cox), Pera (varietà commerciali; varietà rustiche precoci come Coscia di donna e S.Giovanni/Bella di Giugno, estive come Martin Secco e Spadona, autunnali come Butirra/Burrona e Volpina, invernali come Decana d'inverno e Spina Carpi), Nashi, Cotogna di Algeri, Sorba, Azzeruòla bianca, Nespola, Nespola del Giappone
Ribes nero, Ribes rosso o bianco, Uva spina
Mirtillo (Blu o Rosso), Corbezzolo
Fico (bianco, verdino o nero; fiorone o settembrino), [Frutto dell’albero del pane, Jackfruit (a polpa tenera/Bubur o a polpa soda), Cempedak, Marang], Mora del gelso nero
[(Chirimoya/Cerimolia, Sugar-apple/Mela-Cannella bianca o rosa, Cuore di bue), Corossol/Soursop/Guanabana], Biriba/Rollinia, PawPaw/Asimina, Pindaiba/Duguetia
(Sapota Mamay, Sapota Verde, Sapota Amarillo/Canistel/Egg-fruit, Abiu/Caimito giallo, Lucuma/Lucmo), Caimito/Star Apple/Mela di latte, (Sapota Chico, Sapotiglia/Sapodilla)
Cachi [duro mangiabile alla raccolta (kaki-mela/Sharon) o molle mangiabile dopo ammezzimento], Loto d’Italia/Kaki di S.Andrea, Sapota Negro/Kaki Nero, Mabulo/Misbul
Banane comuni (Gros Michel, Cavendish gigante o nana o Poyo, Lacatan,...), Banane piccole (Lady’s Finger, Banana fico, Banana mela, Banana Mas...), Banane Platano, altri ibridi (Banana rosa, Banana Raja...)
Fico d’India (rosso, giallo, verde/Cristal), Frutto del drago/Pitahaya rosso, Pitahaya giallo
Melone (varietà precoci es. Cantalupo/Charantais/Zatta; varietà estive es. Retato e Galia; varietà autunnali es. Pinonet Piel de Sapo, Tendral e Honey Dew; varietà tardive es. Verde di Napoli), Cocomero/Anguria (a polpa rossa o gialla), Kiwano
Passion-fruit, Granadiglia, Maracuja, Curuba
Papaya/Papaia [varietà piccole (Solo, Sunrise…), varietà grosse a polpa gialla, varietà allungate a polpa rossa], Babaco
Ananas [varietà a foglie lisce (Cayenne, Planteur), varietà a foglie spinose (Queen, Victoria, Tahity, Baby), varietà a buccia rossa (Ruby)]
Alchechengi/Chichingero, Fisalide, Pepino
Guava/Guaiava (a polpa gialla o rossa), Guava-fragola, Feijoa, Pitanga, Melarosa/Giambo (vari colori), Jaboticaba
Uva (bianca, nera, rosata)(da tavola/a buccia fine, da vino/a buccia spessa), Uva americana/Uva fragola, Muscadine/Bullace
(Giuggiola, Ber), Ovenia • Acerola/Ciliegia di Santo Domingo, Changungas/Nance• Duku Langsat, Santol
Datteri freschi (non secchi), Frutto del cobra/Salacca, Frutto della Palma del Deserto, Jelly Palm Fruit
Sougué • Melograno dolce
Kiwi (a polpa verde con buccia pelosa; a polpa gialla con buccia liscia), Kiwi Hardy/Kiwai
Sambuco • Corniolo
Mangostano, (Mamey di Santo Domingo/Albicocca delle Antille, Bakuri)
Carissa • Monstera deliciosa • Carambola, Bilimbi • Frutto del cacao • Vaniglia
2B (Altri vegetali)
Gruppo 3 (Alimenti zuccherini)
3A
Miele, Melata, Polline - (in vaso o in favo), [monoflora (es. acacia, castagno…) o multiflora (es. montagna, macchia mediterranea…)], (liquido, solido o cristallizzato)
Manna di ornello siciliano (1^ scelta/bianca o 2^ scelta/scura)
3B
Datteri (secchi o cristallizzati) [varietà dure (Thoory…); varietà semi-dure (Deglet Noor, Dayri, Zahidi…); varietà morbide (Barhee, Khadrawy, Hayany, Black, Medjool…)]
Altri frutti essiccati (fichi, prugne, uva, pere, banane, pomodori non salati…)
Gruppo 4 (Oleaginose e Proteaginose vegetali)
4A (Noci)
Noce di cocco (immatura, matura, germogliata) [varietà comuni con polpa compatta e fibrosa; varietà speciali con polpa compatta e non fibrosa (es. Pagoda); varietà speciali con polpa non compatta e non fibrosa (Kopyor, Makapuno, Dikiri)]
Noci comuni europee, Noci americane (Pecan, Hickory, Hican)
Noci del Brasile/di Parà, Sapucaia/Noce del paradiso • Saouari/Swarri/Pekea/Pikia
Macadamia/Noci del Queensland • Anacardi/Noce di Acagiù, Pistacchi
Mandorle comuni (dolci o amare; a guscio duro o a guscio tenero), Armelline di Albicocca • Pinoli
Kenari/Pili • Okari, Mandorla di mare/Almendra • Semi di cacao
Nocciole comuni, Nocciole avellane • Castagne/Marroni • Ghiande dolci • Faggiòle
4B (Semi)
Semi di Sesamo • Semi e germogli di Lino • Semi di Canapa • Semi di Zucca
Semi e germogli di Girasole • Semi e germogli di Rosolaccio • Germogli di Cipolla
Germogli di Grano Saraceno • Germogli di Finocchio, Germogli di Sedano
[Germogli di Senape (bianca/Ruchettone/Rapicello o nera/bruna), Germogli di Rucola, Germogli di Colza o di Ravizzone, Germogli di Broccolo o di Cavolo rapa], Germogli di Crescione, Germogli di Ravanello o di Daikon
[Arachidi (fresche o secche), (Piselli, Piselli mangiatutto/Tàccole), Germogli di Lenticchie, Germogli di Alfalfa/Erba Medica, Germogli di Fiengreco/Trigonella], Fave, Fagiolini/Tegolini/Cornetti (normali o piatti), Ceci, Germogli di Soia, [Germogli di Fagiolo mungo, Germogli di Adzuki], altri legumi…
Mais dolce, Riso [varietà cinesi (tondo/originario, lungo/fine, rosso) o indiane (Basmati, Thai)], [Segale, Riso nero], Orzo, altri cereali ad eccezione del Grano duro e del Grano tenero/Frumento
4C (Frutti)
Durian/Durio (varietà selvatiche o varietà selezionate)
Avocado [varietà messicane (polpa salata e molto grassa, buccia scura e commestibile, seme piccolo e a goccia; es. Mexicola, TopaTopa, Zutano, Duke, Ettinger), varietà antillane (polpa dolce e poco grassa, buccia chiara e non commestibile, seme grosso e rotondo; es. Waldin, Trapp, Pollock), varietà guatemalteche (caratteristiche intermedie; es. Nabal, Anaheim, Reed, Mc Arthur, Taylor, Solano), ibridi mess.-guat. (es. Hass, Fuerte, Bacon, Rincon, Pinkerton), ibridi guat.-antil. (es. Booth, Hall, Choquette), ibridi senza seme (Fuerte Cocktail)]
Drupa della palma da olio • Olive (fresche o secche) • Safu
Beli/Bael, Mela di legno
[Carruba, Cassia Javanica, Boto/Detar], [Cuajinicuil/Inga/Guamo/Guaba/Guabilla/Ice Cream Pod, Néré], [Tamarindo (acido o dolce), (Karanj, Courbaril/Guapinol, Guamachil/Tamarindo di Manila)]
4D (Altri vegetali)
Alghe [fresche (es. Dulse Carnosa, Spaghetti/Fagiolini di mare, Mauro); essicate (Kombu, Kombu regale, Laminarie, Dulse, Fuco, Nori, Lattuga di mare, Lichene di mare, Wakame, Arame, Hijiki/Hiziki, Corallina…)]
Salicornia/Asparagi di mare
Babbagìgi/Dolcichini/Cìperi dolci/Chufas
Cuore di palma/Cavolo palmizio
Polline di alveare (in granelli o in favo) (monoflora o multiflora)
Funghi (freschi o essiccati) [Ovolo buono/Cocco, Coprino chiomato, (Champignon bianco o marrone/Cremino, Prataiolo/Portobello), Colombina verde/Verdone, Piopparello/Pioppino, Pleuroti (Gelone/Orecchione, Cardoncello/Cardarello/Ferula, Pleuroto dell’abbondanza/Gialletto), (Porcino/Ceppatello/Brisa, Porcino Nero), Fungo Shiitake, Fungo nero cinese, (Cantarello giallo/Finferla, Orecchio di Giuda, Gallinaccio/Galletto/Finferlo)]
Tartufo bianco/di Alba, nero/di Norcia/del Périgord, Scorzone
Gruppo 5
5A (Molluschi, Crostacei e altri frutti di mare)
Riccio di mare
Uovo di mare
(Orecchia di mare/Abalone, Maruzza/Zigrinata), Patella
(Lumachina di mare/Maruzziella/Bombolino, Littorina, Torricella, Strombo, Piede di Pellicano/Crocetta/Garagolo), Mùrice/Garusolo
(Cozza/Mitilo/Muscolo, Cozza pelosa/Modìola), (Pettine di mare/Canestrello, Capasanta), (Arca di Noè/Mùssolo, Piede d'asino), Pinna/Nacchera, [Ostrica piatta, Ostrica concava (razza portoghese o giapponese), Ostrica piccola tarantina]
(Cuore di mare/Cappa tonda, Cuore di bue), (Vongola verace, Vongola filippina), (Tellina, Calcinello), (Fasolaro/Cappa liscia, Madia bianca), Venere Bianca, (Clam dell'Atlantico/Venere mercenaria, Tartufo di mare, Vongola poveraccia/Vongolina, Longone/Lupino), (Cannolicchio, Manicaio), Lattàro
(Seppia, Seppiòla/Seppietta), (Calamaro, Calamaretto), Tòtano/Tòdaro, (Polpo, Polpessa), Moscardino]
Gambero/Gamberetto comune (rosa o rosso, mediterraneo o atlantico), Mazzancolla/Spannocchio/Gambero imperiale/Gamberone, Gamberello/Gambero sega/Palemone, Gamberetto grigio/Schila, Gamberetti d'acqua dolce
[Aragosta (rossa comune; rossa a macchie rosa; verde), Magnosa, Magnosella/Cicala di mare], [Scampo (comune o regale), Astice/Omaro/Lupicante/Elefante di mare, Astaco/Gambero d'acqua dolce]
(Càrcino/Ripario/Granchio comune, Moeca), Grancella/Granchio d'arena, Granciporro mediterraneo/Favollo, Granciporro atlantico gigante, Grancevola/Granseola, Granchi d'acqua dolce
Canocchia/Pannocchia/Squilla/Cicala di mare
Non è stato incluso il dattero di mare perché la sua raccolta è severamente vietata.
5B (Pesce)
I pesci sottolineati vivono (esclusivamente o solo in determinati periodi) in acqua dolce.
(Acciuga/Alice, Bianchetti di Acciuga), (Sarda/Sardina/Sardone, Bianchetti di Sarda, Aringa, Papalina/Spratto, Alaccia, Alosa/Cheppia di mare, Alosa pseudoaringa, Agone/Sardèna/Cheppia di lago)
Argentina, (Salmone, Trota salmonata/di mare, Trota di lago, Trota di fiume/torrente, Trota marmorata/padana, Trota iridata/arcobaleno, Carpione de lago di Garda), Salmerino, Coregòne/Corègono/Lavarello, Tèmolo, Eperlano
Aguglia, Costardella/Gastaurello, Pesce volante
Luccio • Storione • Pesce gatto, Siluro, Pangasio
Carpa, Cavèdano, Gobione, Pigo, Barbo, Scardola, Tinca, Alborella/Aula, Abramide
(Cernia, Cernia di fondale/Dotto, Sciarràno/Perchia, Spigola/Branzino), (Leccia comune, Leccia stella, Ricciòla/Seriòla, Pesce pilota/Fanfano, Suro/Sugherello/Sorello, Ballerino/Pesce Serra), (Boccadoro, Ombrina, Corvina), (Triglia di scoglio o di fango), (Dentice, Càntaro/Cantarella/Tanuda, Pagro, Occhiata, Orata, Sàrago, Boga, Salpa, Pagello Fragolino, Pagello bastardo/Roello, Pagello Occhialone, Mòrmora, Càrace a muso acuto), Pesce ragno/Tracina, Pesce prete/Lucerna, Labro/Tordo, Castagnola, Mènola/Zerro, (Pesce persico/Perca, Sandra), Persico trota,
Pesce Spada, (Scombro, Lanzardo), Palamita, (Biso/Tambarello/Tombarello, Alletterato/Tonnina/Tonnetto, Bonito/Bonita/Tonnetto dal ventre striato, Tonno, Alalunga, Tonno monaco/albacora/pinna gialla)
Aguglia imperiale/Pesce spada imperiale, Marlin • Rossetto, Ghiozzo
Luccio di mare/imperiale, Cefalo/Muggine calamita/Muggine musino, Latterino
Pesce sciabola/Pesce bandiera • Cicerello • Scorfano/Scorpena, Capone/Gallinella
Lampuga/Cantaluzzo, Pesce castagna, Pesce gallo • Pesce nastro
Merluzzo, (Merluzzetto/Mòrmoro/Pesce nudo, Potassòlo/Molo/Melù), Busbana/Cappellano, Merlano, Motella, (Molva, Pastènula/Musdea/Fico), Nasello/Merluzzo del Mediterraneo, Bottatrice
Rana pescatrice/Coda di rospo
Rombo (liscio, chiodato, peloso), (Passera di mare/Pianuzza, Limanda/Platessa, Ippoglosso/Halibut), Sogliola
Pesce S.Pietro
Gattuccio, Palombo, Smeriglio/Vitello di mare, Spinarolo • Razza • Pesce chitarra/violino
Non sono stati inclusi alcuni pesci che sono tossici e repulsivi allo stato crudo, come gli anguillidi (anguilla, grongo, murena) e alcuni pesci tropicali.
Gruppo 6
6A (Carni e frattaglie di Uccelli)
Pollo/Gallo/Gallina, Fagiano, Quaglia, Pernice, Coturnice, Starna, Francolino,
Gallo cedrone/Urogallo, Fagiano di monte/Gallo forcello
Faraona • Tacchino
Colombo/Piccione/Palombo, Colombaccio/Piccione selvatico/Palombaccio, Colombella, Tortora
Oca/Papera (domestica o selvatica), Anatra/Anitra domestica, Germano, Canapiglia, Alzavola, Codone, Mestolone
Tordo, Allodola, Passero, (Fringuello, Ortolano), Storno/Stornello, Pìspola, Beccafico
Fòlaga, Porciglione, Gallina prataiola, Otarda, Gallinella d'acqua • Beccaccia, Beccaccino • Struzzo
6B (Uova di Uccelli e di Rettili)
uova comuni di gallina, uova colorate (blu, bianche, rosse) di razze speciali di gallina, uova d’anatra, uova d’oca…
6C (Carni e frattaglie di Mammiferi)
Maiale (razze rustiche), Cinghiale
Manzo/Bue/Vitello/Mucca (razze rustiche come Podolica o Highland), Bufalo, Bisonte
(Capra, Stambecco), (Pecora/Montone/Agnello, Muflone), Camoscio
Antilope
Daino, Cervo, Capriolo
Coniglio, Coniglio selvatico, Lepre
Cavallo, Asino
Gli alimenti sono stati ordinati in base alla loro capacità di essere combinabili all’interno dello stesso pasto con altri alimenti dello stesso gruppo o di gruppi diversi. In alcuni casi, infatti, il processo digestivo non sopporta l’associazione combinata di due o più alimenti. Questo deriva dal fatto che alcuni alimenti contengono sostanze che, se reagiscono tra di loro, potrebbero dar luogo a molecole non originarie* alle quali il nostro organismo non è necessariamente adattato. Anche gli enzimi* secreti per digerirle possono reagire tra di loro, complicando la situazione. In natura gli animali selvatici non fanno mai cattive associazioni e molto spesso il loro pasto è costituito da un solo tipo di alimento (monodieta). L’istinto risolve questo problema automaticamente: un alimento che sembra buono annusandolo o gustandolo all’inizio del pasto, infatti, può rivelarsi inaspettatamente immangiabile dopo aver consumato un altro alimento. Inoltre, il particolare benessere digestivo che si prova dopo un pasto “mono” dà la sensazione che il nostro organismo ne tragga particolari benefici.
Comunque non è esclusa la possibilità che possa essere proprio il nostro istinto ad indurci a trasgredire la norma della monodieta, ma l’esperienza ci mostra che queste eccezioni si verificano abbastanza raramente.
E’ consigliabile rispettare le seguenti regole di combinabilità:
Gruppo 1 (Ortaggi): Nessuna limitazione.
Gruppo 2 (Frutta): Non più di tre specie diverse all’interno del singolo pasto.
Gruppo 3 (Alimenti zuccherini): Non più di una specie all’interno del singolo pasto. Miele e polline possono essere assunti nello stesso pasto. Per il test olfattivo è importante avere un ampio assortimento di mieli, ma è sconsigliato mangiare più di due tipi diversi di miele o polline all’interno del singolo pasto.
Gruppo 4 (Oleaginose e Proteaginose vegetali): Non più di una specie all’interno del singolo pasto. Combinabilità possibile con alimenti dei gruppi 1-2, occasionale con alimenti del gruppo 3, vietata con alimenti dei gruppi 5-6.
Gruppo 5 (Pesci e Frutti di mare): Non più di una specie all’interno del singolo pasto. Combinabilità possibile con alcuni alimenti ipocalorici del gruppo 1 (lattuga, porro, sedano…), sconsigliata con gli altri alimenti del gruppo 1, vietata con gli alimenti dei gruppi 2-3-4-6.
Gruppo 6 (Carne): Non più di una specie all’interno del singolo pasto. Incompatibili con qualsiasi altro alimento.
Gli alimenti dei gruppi 4-5-6 devono essere assunti preferibilmente a cena, perché contengono delle sostanze (ad es. le proteine) che vengono correttamente metabolizzate soprattutto di notte durante il sonno. Se vengono assunte durante il giorno, queste sostanze corrono il rischio di essere demolite e utilizzate come molecole energetiche, le cui fonti ideali sono invece gli alimenti dei gruppi 1-2-3.
Inoltre, è molto importante sottolineare che gli alimenti del gruppo 4, e soprattutto quelli dei gruppi 5 e 6, devono essere assunti solo se il richiamo istintivo è particolarmente intenso e la salivazione particolarmente abbondante. Tra tutti gli alimenti di origine animale, le carni dei mammiferi sono quelle alle quali bisogna fare più attenzione, nel caso si installasse una certa ripetitività nel loro consumo. Le proteine in esse contenute sono, infatti, molto simili alle proteine del corpo umano, le quali beneficiano in modo naturale di uno stato di tolleranza da parte del sistema immunitario*. In caso di sovraccarico o di cattive associazioni, esse possono, quindi, generare tolleranze o intolleranze immunitarie incrociate molto pericolose (chiamate cross-reazioni), le quali potrebbero dare origine a malattie neoplastiche (in caso di tolleranza) o autoimmuni (in caso di intolleranza). Stranamente gli immunologi non hanno mai preso in seria considerazione queste eventualità.
L’APPROVVIGIONAMENTO: le denaturazioni da evitare
La coltivazione dei vegetali
I prodotti del commercio ordinario crescono grazie a concimi minerali di sintesi* e a trattamenti fitoterapici chimici (insetticidi, funghicidi, diserbanti, …).C’è da tener presente che i prodotti coltivati in paesi tropicali (soprattutto quelli poveri del Terzo Mondo) sono spesso più trattati di quelli coltivati nei paesi ricchi come i nostri, soprattutto perché in quei paesi le legislazioni che limitano tali trattamenti non ci sono, oppure non vengono applicate.
Le coltivazioni biologiche sono, per definizione, esenti da trattamenti chimici di sintesi* (gli unici prodotti accettati sono gli estratti vegetali come ad es. il rotenone e il piretro, e alcune poltiglie come il solfato di rame). Il biologico però non è esente da quelle pratiche che utilizzano il calore, il quale provoca molecole non originarie* proprio come la chimica di sintesi*. Per quanto riguarda la concimazione organica, il letame proviene generalmente da allevamenti in cui gli animali vengono nutriti tradizionalmente o industrialmente (quindi contengono molecole anormali provenienti dagli alimenti denaturati). Inoltre, i concimi vengono spesso trattati termicamente (lo stallatico, il guano di pesce, il litothamma, ecc.), o provengono dai fanghi degli impianti di depurazione o dal compost degli stabilimenti di incenerimento, e contengono quindi le molecole più imprevedibili. Le molecole organiche possono subire varie denaturazioni anche tramite il surriscaldamento spontaneo (come accade, ad esempio, per il compost vegetale, il quale viene generalmente ammassato e la sua stessa fermentazione può fargli raggiungere temperature anche di 80°C).
Altri procedimenti termici riguardano la preparazione del terreno, il quale viene talvolta sterilizzato tramite vapore o diserbato con i bruciatori.
Per quanto riguarda la selezione artificiale, da qualche anno pongono un problema particolarmente importante le varietà geneticamente modificate, le quali possono apportare molecole alle quali l’organismo non è adattato. Queste molecole, infatti, potrebbero provocare i disturbi più imprevedibili.
La conservazione e la condizionatura degli alimenti vegetali
I prodotti del commercio ordinario vengono conservati grazie a sostanze chimiche di sintesi* (bifenile, cloro, …), a cere di rivestimento, a gas in concentrazioni tossiche (CO², azoto…) o sempre più tramite irradiazione (raggi ionizzanti, ecc.). Nel biologico ciò non è permesso, ma gli alimenti vengono comunque sottoposti a procedimenti che provocano denaturazioni molecolari, quali la sterilizzazione, la pastorizzazione, l’uperizzazione, il congelamento, la surgelazione, il trattamento col vapore, l’asciugatura e l’essiccazione a temperature superiori ai 40°C, il sottovuoto…
Anche la maturazione viene effettuata tramite procedimenti non naturali o addirittura tramite procedimenti termici, e questo permette di cogliere la frutta molto acerba. Gli avocado, i manghi e le papaye, ad esempio, vengono raccolti molto immaturi e talvolta vengono irradiati: questo ne facilita il trasporto per nave. Una volta giunti a destinazione, vengono immersi in acqua calda, oppure trattati col vapore, oppure trattato col carburo, affinché rincomincino a maturare: questo ne modifica il sapore e inganna i meccanismi gustativi.
Infine non sono da dimenticare i trattamenti che hanno come fine quello di migliorare l’aspetto (coloranti, lucidanti, …) o il sapore (esaltatori di sapidità, edulcoranti, …), oggi sempre più frequenti.
E’ molto ingenuo credere che basti lavare o sbucciare la frutta per eliminare i prodotti chimici, dato che la maggior parte di essi passa nella polpa o viene trasportata dalla linfa. Bisogna essere particolarmente accorti al momento dell’acquisto: diffidare di frutti e ortaggi troppo belli, troppo grandi, tutti dello stesso calibro, senza alcuna imperfezione, senza neanche un vermetto o una lumachina, e senza la minima ombra di marciume o di muffa. Bisogna imparare a reagire diversamente: se vediamo un qualunque parassita significa che l’alimento è ancora vivo.
Per quanto riguarda tutta la frutta secca o essiccata, i semi oleosi, i cereali, i legumi (anche quelli da germoglio) e le piante medicinali, il procedimento industriale prevede sistematicamente l’essiccazione o l’asciugatura a temperature superiori ai 40°C. Le arachidi, gli anacardi, i pistacchi e i semi di zucca vengono addirittura tostati e salati. Molte volte la frutta secca oleosa viene anche idrogenata (per evitare l’irrancidimento), surgelata (per facilitare il trasporto), sbiancata, trattata con zolfo, cloro, gas tossici o altri funghicidi. Inoltre, la smallatura, la sgusciatura e la decorticazione vengono effettuate con metodi termici o con solventi.
Fichi secchi, uva passa e altre delizie di questo genere (anche quelli garantiti “seccati al sole”) vengono il più delle volte sterilizzati in acqua bollente prima o durante l’essiccazione: questo li rende più morbidi. I datteri vengono trattati con gas tossici, vapore, bagni caldi, glucosio, surgelazione, ecc..
L’allevamento degli animali
I problemi più importanti riguardano il cibo che viene dato agli animali, il quale sopporta denaturazioni sia termiche che meccaniche: mangimi pellettizzati o in panelli, farine fabbricate con carcasse di animali, granaglie frantumate, schiacciate ed essiccate a temperature troppo elevate, tuberi cotti, pastoni, fieno seccato ad alta temperatura o lasciato fermentare spontaneamente in silos non perfettamente stagni, alimenti miscelati o mischiati tra di loro, latte pastorizzato o in polvere per allattare i piccoli, complementi proteici, tecniche di ingrasso, ormoni, antibiotici, vaccini, sale in quantità esagerate…
Il problema può anche essere rappresentato da alimenti ai quali gli animali non sono geneticamente adattati, come il latte di una specie diversa dalla propria (ad es. latte di capra dato ad agnelli, latticello di mucca dato a maiali, scarti di formaggio dati ai polli, …), oppure da alimenti che la millenaria selezione artificiale ha modificato troppo in profondità (ad es. i chicchi e la paglia del grano).
Se si pensa di potersi fidare del pollo del contadino che conosciamo in campagna, ci si sbaglia di grosso: i resti del suo pranzo non vengono certo gettati nel sacchetto della spazzatura!
Tutto questo è valido anche per i prodotti derivati, come ad. es. le uova.
Inoltre, a causa del passaggio delle tossine dalla madre ai piccoli (sia per via transplacentare che mammaria) è necessario che l’animale in questione discenda da genitrici e progenitrici che abbiano ricevuto un’alimentazione adeguata da almeno tre generazioni (per i suini) o due generazioni (per tutti gli altri mammiferi).
Infine alcuni problemi riguardano il dopo-abbattimento. Gli animali di solito vengono scuoiati o spiumati tramite procedimenti termici che alterano lo strato sottocutaneo: la carne può essere sottoposta a salatura, affumicatura, surgelazione, macinatura, sottovuoto…
La carne degli animali selvatici sarebbe la migliore, ma molto spesso essi hanno libero accesso alle coltivazioni delle piante selezionate artificialmente dall’uomo (ad es. mais e soia) e ai rifiuti alimentari urbani o industriali. Alcune volte, soprattutto d’inverno, essi ricevono addirittura dei mangimi pellettizzati direttamente dalle società di protezione della natura o dalle associazioni di caccia.
Inoltre, la carne di selvaggina viene spesso congelata e questo falsa l’arresto, il che è particolarmente pericoloso nel caso delle proteine animali.
I prodotti marini
E’ sconsigliabile mangiare pesci e crostacei di allevamento (astici, salmoni, orate...), i quali ricevono granulati a base di farine animali, mangimi denaturati termicamente, meccanicamente e chimicamente, antibiotici, attivatori della crescita e coloranti. Per i molluschi di allevamento, invece, è l’inquinamento delle acque il problema cui bisogna stare più attenti.
Per quanto riguarda il pescato, il problema più insidioso riguarda la surgelazione: soprattutto i crostacei grandi e i pesci medio-grandi (ad es. tonno, pesca spada, salmone…) vengono sistematicamente surgelati subito dopo essere stati pescati. Questo avviene solo sulle navi da pesca di grandi dimensioni, allo scopo di poter restare in mare per più giorni. Successivamente essi vengono scongelati con metodi talmente tecnologici che è impossibile accorgersene (anche per il più accorto dei pescivendoli!).
Un altro problema è costituito dal lavaggio con l’acqua dolce (spesso addirittura clorata), che denatura per contatto i tessuti superficiali di tutti gli animali pescati in mare e delle alghe fresche. Per conservare le alghe allo stato fresco, infatti, i produttori sono costretti ad aggiungere del sale, al fine di rallentare la decomposizione innescata dall’acqua dolce.
I gamberetti vengono quasi sempre precotti: quelli crudi si riconoscono dalla traslucidità della loro carne.
Infine, l’essiccazione del pesce (es. stoccafisso) e delle alghe avviene quasi sempre a temperature superiori ai 40°C.
Il modo più sicuro di acquistare del pesce non denaturato è risalire fino al pescatore. In quasi tutti i porti di mare è presente un mercato ittico al dettaglio, e molti dei box contenuti all’interno di esso appartengono ai singoli pescatori proprietari di motopescherecci di piccole dimensioni. Al fine di evitare di comprare il pesce rimasto dal giorno precedente (e quindi lavato con acqua dolce), vi consigliamo di recarvi in questi posti nel momento esatto in cui i piccoli pescherecci attraccano alla banchina (di solito verso le quattro del pomeriggio), e seguire con i vostri occhi il cammino delle cassette di pesce dalla stiva della nave al banco del mercato. Nonostante questo, è meglio prendere precisi accordi con i pescatori di cui vi fidate, in quanto ce ne sono alcuni che fraudolentemente acquistano del pesce surgelato all’ingrosso di notte prima di salpare, lo scongelano in alto mare e al ritorno lo mischiano con il proprio pescato nelle stesse cassette, al fine di completare l'assortimento del proprio stand.
Il miele e il polline
Il problema più grande per quanto riguarda il miele è costituito dalla nutrizione artificiale delle api tramite zuccheri raffinati o altri sciroppi (anche se ciò avviene in autunno). E’ vero che questa operazione è necessaria nelle zone fredde, ma a questo scopo dovrebbe essere lasciata nell’alveare una parte dello stesso miele prodotto dalle api nell’estate appena trascorsa. Ultimamente, alcuni apicoltori hanno addirittura imparato a nutrire le api con marmellate e confetture di frutta, al fine di conferire al miele strani gusti che non esistono in natura: evitare!
Al fine di avere un arresto istintivo più netto possibile, è preferibile mangiare miele in favo piuttosto che miele in vaso. I favi vengono venduti in scatole di plastica rettangolari. La cera naturale può essere ingerita o addirittura usata come chewing-gum, ma nel commercio di solito vengono utilizzati fogli di cera fusa ad alta temperatura, la quale dà un gusto anormale al miele..
Per quanto riguarda il miele in vaso, esso può essere sottoposto a molte denaturazioni: disopercolazione a caldo (con coltelli elettrici che surriscaldano il miele), pressatura e centrifugazione dei favi ad alta velocità, omogeneizzazione, filtraggio, miscelatura di mieli di diverso tipo o di diversa provenienza, travaso tramite scioglimento a bagnomaria, ecc.
Infine, è molto importante che le api non vengano trattate con antibiotici e che gli alveari si trovino lontano almeno cinque chilometri da zone inquinate, da coltivazioni non biologiche o da discariche di industrie alimentari.
Per quanto riguarda il polline, ce ne sono di due tipi: quello in favo (esattamente come per il miele) e quello in granuli (che viene fatto cadere dalle zampette delle api restringendo il buco attraverso il quale esse sono obbligate a passare per riportare il loro bottino nell’arnia). Il problema più grande per il polline è la conservazione: per evitare le muffe esso viene quasi sempre essiccato a temperature eccessive, trattato con fungicidi o congelato.
Bisogna evitare anche che l’apicoltore affumichi l’alveare, perché questo lascerebbe inevitabilmente un odore di fumo nel miele.
PER INCOMINCIARE
Prima di leggere quanto segue, si consiglia di aver letto e ben assimilato tutto il libro, allo scopo di poter capire il fine delle indicazioni che verranno date e la necessità di “regole” che facilitino la rieducazione dell’istinto, soprattutto per quelle persone su cui ancora grava un’intossicazione culinaria decennale.
E’ vivamente consigliato non fare più di due pasti nell’arco della giornata: il pranzo e la cena. Dato che i processi di detossicazione* e detossinazione* hanno luogo di preferenza quando lo stomaco è vuoto, è meglio astenersi dall’ingerire qualsiasi alimento (che non sia acqua o cassia) al di fuori dei due pasti principali. Anche solo uno spuntino con un semplice frutto può bloccare l’eliminazione delle tossine per parecchie ore.
La sequenza alimentare è la successione secondo la quale potete testare e consumare i vari tipi di alimenti all’interno dei vostri pasti. La sequenza deve essere sempre formata soltanto in base alle vostre preferenze olfattive del momento, ma sempre nel rispetto delle sequenze raccomandate in questa pagina.
Prima di testare gli alimenti, è importante testare le acque che avete a disposizione e dissetarsi a fondo: questo eviterà di essere attratti dagli alimenti acquosi solo perché si ha bisogno di fluidi.
Disponete davanti a voi gli alimenti che avete a disposizione. Se li avete appena tolti dal frigo, aspettate che raggiungano la temperatura ambiente. Se volete lavare frutta e verdura, vi consigliamo di farlo senza lasciarle in ammollo, e avendo cura poi di asciugarle meticolosamente.
Al fine di velocizzare il test olfattivo, potete preparare dei vassoi (uno per ogni gruppo alimentare) sui quali avrete disposto dei piccoli campioni di tutti gli alimenti che avete a disposizione.
Testateli olfattivamente uno dopo l’altro (soprattutto nei primi tempi è consigliabile farlo con una benda sugli occhi e con l’aiuto di qualcuno che vi porga gli alimenti sotto il naso) e individuate quello che più vi attira. Se gli alimenti da cui siete attratti sono più di uno, ritestateli ancora finché non li escluderete tutti tranne uno: c’è sempre un alimento che attrae più di tutti gli altri.
Mangiatene fino all’arresto istintivo (cioè il cambiamento di gusto o la sensazione di replezione). Se vi interrompete prima del sopraggiungere dell'arresto istintivo, il vostro bisogno per quell'alimento verrà riportato ai giorni o ai periodi successivi. E' consigliato, però, soddisfare il bisogno di un alimento nel minor tempo possibile, naturalmente a condizione che ne abbiate a disposizione.
Nel caso in cui dopo l’arresto istintivo abbiate ancora fame, testate nuovamente tutti gli alimenti a disposizione: noterete che potrebbero attrarvi alimenti che all’inizio non vi avevano attratto, mentre potrebbero non attrarvi alimenti che all’inizio vi avevano attratto.
E’ sconsigliato ricominciare a mangiare un alimento per il quale avete già avuto l’arresto istintivo nel corso dello stesso pasto. Allo stesso modo, nell’arco della stessa giornata, è sconsigliato mangiare a cena un alimento che avete già mangiato a pranzo.
Vi consigliamo, infine, di testare gli ortaggi e la frutta meno calorici prima di quelli più calorici: ad esempio, lattuga e sedano prima di peperoni e pomodori; melone e anguria prima di banane e pesche.
Il pranzo
L'orario più adatto per incominciare il pranzo è alle 12:30. Per esigenze lavorative questo orario può essere posticipato, ma mai anticipato. Se al momento di incominciare il pranzo non avete fame e non c'è alcun alimento che abbia un odore che vi procuri salivazione, il lavoro di detossinazione* del mattino potrebbe non essere terminato, oppure semplicemente non avete bisogno di mangiare. In entrambi i casi saltate il pasto, dissetatevi con l'acqua, digiunate fino a cena e non fate merenda a metà pomeriggio.
Portare in tavola tutti gli alimenti dei gruppi 1-2-3 che avete a disposizione.